28 e non più trenta

Bene. L’ennesimo iceberg s’è staccato dall’Antartide. Niente di nuovo,
se non fosse che è grande due volte l’isola d’Elba.
E ciò significa che è uno dei più grandi mai staccatisi dai tempi
delle misurazioni scientifiche.
E significa anche quanto sia ineludibile il cambiamento climatico
verso il quale non sappiamo se stiamo veramente preparandoci, oppure
sotto sotto non facciamo altro che cincischiare, confidando che se
abbiamo vissuto per millenni di sano fatalismo
e onorevoli superstizioni possiamo benissimo continuare un altro po’.
Molti indizi, gravi e pertinenti ci dicono che faremmo meglio a
cambiare il paradigma economico,
improntato al motto: Di tutto di più. E provare con quello: D’ogni
cosa il giusto.
Ma chi gliela va a dire una cosa del genere a tutti quelli che finora
hanno vissuto di pura sopravvivenza?
Inoltre:chi è capace di convincere miliardi di persone di che cosa sia
il giusto?
Bisognerebbe istituire un’assemblea planetaria per mettersi
d’accordo,
ma se fossimo capaci di fare una cosa simile, evidentemente ciò
significherebbe
che avremmo già affrontato alla radice la causa del problema.
Ce la caveremo, molto probabilmente, ma pagando il prezzo più elevato
pur ottenendo la stessa merce. Credo che dovremmo smaterializzare la
nostra vita.
Meno mattoni, meno carta, meno acciaio, ma pure meno pensieri, e così
via.
Ma per far ciò occorrerebbe meno frenesia. Purtroppo la frenesia non
si elimina col mocio vileda nè con mastrolindo. Non solo. Esistono
tante frenesie quante sono le persone al mondo. E ognuna va ridotta con
un rimedio specifico.
Che avete capito, non è acquistabile in nessuna farmacia
Però, camminando sotto le fronde di un bel bosco…….. camminando
in un bel bosco, possono venirci in mente degli esperimenti come
quelli che tanto piacevano ad Albert (Einstein) i cosidetti
“gedankenexperiment”
ovvero “esperimento mentale”
(vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_mentale) che
sicuramente lo portarono a vedere la forza di gravità,
non come una forza inspiegabile e misteriosa, ma come, il fatto che lo
spazio
non sia qualcosa che contiene semplicemente la materia, bensì da essa
ne venga deformato.
Questa idea, della deformazione dello spazio da parte della materia e
di conseguenza
anche dell’energia, che ne è un aspetto simmetrico ma equivalente,
ha fatto esclamare a uno dei massimi fisici del secolo scorso, Richard
Feynmann,
premio Nobel e mente davvero straordinaria:
“Non so proprio come una simile idea possa essergli venuta in mente!”
Di fatto, senza un’idea simile, difficilmente avremmo oggi tra le mani
uno strumento
come il GPS che per funzionare deve assolutamente tener conto del
rapporto tra spazio
apparentemente euclideo e deformazione gravitazionale dello stesso.
Oltretutto, la forza gravitazionale, deforma anche lo scorrere del
tempo.
Non aspettiamoci degli effetti diretti così eclatanti nella ordinaria
vita quotidiana,
ma se adoperiamo un GPS, questo ne deve tenere conto a meno di non
accontentarci
di una precisione che lo renderebbe inutile per molti scopi d’uso ai
quali siamo abituati.
Ritorniamo al nostro”gedankenexperiment”.
La superfice terrestre ammonta a circa 51 (cinquantuno) miliardi di
ettari, tutto compreso.
Sembra tanto, ma pro capite, sono sette ettari e fronzoli.
E, è bene ricordarlo, in costante inesorabile diminuzione.Quando
arriveremo ad essere
10 (dieci) miliardi di abitanti diventeranno cinque, fatti salvi i
fronzoli.
Per chi non è agricoltore, o geometra o palazzinaro, sette ettari
possono significare
poco, ma dovremmo cercare di immaginarceli questi attuali sette ettari
pro capite
in tutte le loro ecologiche conseguenze e implicazioni.
Una di queste ci dice subito che dei sette in questione, cinque sono
per noi umani
praticamente inabitabili, essendo fatti di oceano aperto, deserto, sia
di roccia che di ghiaccio.
Ne restano due, e il pensare che siano per nostro uso esclusivo,
cosa che facciamo ormai da qualche secolo, si sta rivelando l´idea piu
balorda
di tutta la storia umana.
Cominciamo a pensare seriamente che noi siamo una soltanto delle
specie tra milioni di altre
che vivono su questo pianeta.
E´vero che noi ci sentiamo unici fra tutti, e di fatto lo siamo,
ed è proprio questa unicità che rischia di condannarci ad una
estinzione atroce e precoce.
Siamo unici, sicuramente almeno per una ragione:
I nostri desideri, dovuti alla nostra immaginazione e alla nostra
fantasia,
sono virtualmente illimitabili.Basta entrare in qualsiasi centro
commerciale
per averne la dimostrazione tangibile.
Tutti gli altri esseri viventi, che sono unici per altre ragioni, lo
sono collettivamente
per una ragione mirabile: sottostanno imperturbabilmente alla legge
naturale
espressa da Antoine Lavoisier (tra l´altro l´inventore del nome
“ossigeno” e della moderna
terminologia chimica) espressa tre secoli fa, che dice
“In natura nulla si crea , nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
La rivoluzione francese è riuscita a ghigliottinare un simile
filosofo, ma, non divaghiamo.
Anzi, perché noi, pur dovendo sottostare a questa legge, cerchiamo di
infrangerla
così spudoratamente e stupidamente?
Questa è una domanda volutamente retorica, ma una possibile risposta
sta nel fatto
che non abbiamo ancora imparato a conciliare i nostri desideri con la
finitezza della nostra
culla planetaria.Possiamo sognare di realizzare castelli, strade,
mercati, templi più o meno
sacri e profani, organizzazioni mastodontiche, e pretendere che durino
quanto le presunte nostre discendenze, ma
la legge enunciata da Lavoisier non fa sconti a nessuno.
Il cambiamento del clima ne è una diretta e fulgida conseguenza.
Ogni desiderio materiale e immateriale realizzato, implica mutamento,
e in un mondo
limitato, il numero delle mutazioni tra un tempo e un altro, è
limitato pure esso stesso.
O tre, quattro miliardi di automobili come quelle in uso, e un pianeta
ridotto ad una landa desolata,
o cinque miliardi di mezzi di trasporto diversi e una terra vivibile
ancora per secoli.
Un umano in bicicletta consuma la minore quantità di energia per
chilometro percorso
e per stazza trasportata rispetto a qualsiasi altro essere in
movimento,
che sia un moscerino o una balena o un manager in carriera.
In Italia abbiamo mezzo ettaro pro capite, in Abruzzo quasi il doppio
ovvero circa ottomila metri quadrati, tutto compreso.
Se vogliamo realizzare tutti i desideri della nostre cornucopie,
questa è letteralmente
la terra di cui disponiamo.Possiamo anche scavare sottoterra, per
qualche decina di metri,
poi ci sono altri limiti che si fanno inaspettatamente avanti.
Possiamo fare di città come Pescara una novella Pesk York, perché no?
Così da dover prendere l´ascensore anche solo per fare una
passeggiata.
Oppure.
Immaginare alti mondi, reali, in cui vivere.
C´è un fatto a noi favorevole: lo strumento che ci permette di fare i
“gedankenexperiment”
dello stesso genere di quelli amati da Albert(Einstein)
consuma solo 25 wattora per ora di funzionamento.Basta rilassarsi e
metterla in moto.
Stesi sul divano o su di una vecchia poltrona.
Pensiamo a che cosa potrebbe portare l´applicazione di un
“gedankenexperiment” einsteniano
all´equilibrio tra noi umani e “il resto” dei viventi.
Vi faccio una proposta:
si tratta di raccogliere una foglia, di magnolia se amate le rime, e
di guardarla contro luce.
Una foglia di ortensia è l’ideale, ma peggio che mai va bene anche una
di lattuga.
Osservatene le nervature e considerate che quella rete
clorofillostradale, non è uscita da
uno studio di progettazione con tanto di targa d’ottone tirata a
lucido e di sito web.
Quella rete, funziona benissimo, e nonostante ciò, dura il tempo d’una
stagione o quello
necessario a mangiarsela, di un’orda di chiocciole e lumache affamate.
O la lattuga è proprio un essere inconsapevole della propria abilità
ingegneristica,
e pertanto avulso da qualsiasi logica di diritto d’autore a
salvaguardia della propria opera,
oppure c’è qualche altro motivo che spiega come mai lattughe
chiocciole e lumache coesistono
da millenni su questo bislacco pianeta.
Forse si divertono, forse sono lo stesso essere, in forma statica e
verdeggiante
e in quella lenta ma ambulante.
Vi lascio con questo machiavellico dilemma.

Ma sento già Albert sogghignare fra i campi elisi.

A presto.

Marco Sclarandis

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FR:D on Maggio 10th 2008 in Ambiente

bandiera blu?

bandiera blu

 Anche quest’anno San Vito Chietino ha conquistato la bandiera blu per la qualità delle sue acque e della costa!

Intanto le compagnie petrolifere da poco hanno ottenuto i permessi per i sondaggi sul fondo del mare alla ricerca dell’oro nero…

Questa sotto è invece la foto scattata pochi giorni fa sulla Costa dei Trabocchi…è petrolio!!!

ciottoli 

(Ringraziamo Pietro per il contributo fotografico)

Buona estate a tutti!

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davide on Maggio 8th 2008 in Ambiente

visita #4 _case in via monte Sirente_Pescara

render coccia

Luigi Coccia con Roberto Ferrini Pochissimi i “cristalli” a Pescara che propongano un ripensamento in termini contemporanei del tipo edilizio della palazzina, che dopo alcuni virtuosismi degli anni ’60 è del tutto scaduta a pedina di domino contemporaneo per un riempimento senza qualità di ogni buco urbano; occorre arrivare al margine della città, dove si toccano ormai le case per il mare di Francavilla, spesso estrema ridicolizzazione del tipo villa-palazzina con forme di pan di zucchero: Coccia e Ferrini costruiscono un edificio che, nell’inclinazione della copertura, nei fascioni di cemento armato bianco a faccia vista, nelle alte logge, guarda il mare, riscattando la possibilità di costruirsi in fronte all’elemento naturale senza penalizzarlo, ma alludendovi e sottolineandolo con l’autonomia e la dignità tipiche delle buone architettura. “Gli architetti, soprattutto i giovani, riguardano alle felici esperienze degli anni cinquanta e trovano inattese coincidenze con i temi del dibattito contemporaneo.Probabilmente si è trovato in questo stato d’animo Luigi Coccia quando, con Roberto Ferrini, ha risposto all’incarico per una palazzina di quattro piani oggi realizzato in un piccolo lotto di m.20×35, compreso all’interno di una sottile e lunga striscia di terreno ortogonale al mare alla estremità di Pescara verso Francavilla. Risolto il problema della pianta con una chiara distribuzione che “cita” il pacchetto elementare di una casa in linea, il progetto ricorre agli elementi compositivi e costruttivi della più “solida” tradizione: struttura con telaio in cemento armato nascosto nelle murature a “cassa vuota”; pareti esterne rifinite con mattoni pieni facciavista ad una testa; parapetti ora pieni in calcestruzzo, ora trasparenti in ferro; balconi aggettanti; copertura a tetto con falde lievemente inclinate. Ma questi elementi vengono “ordinati” in un assemblaggio di parti che partecipa di una idea forte ed attuale: il “nucleo casa”, spogliato di qualunque espressività, viene avvolto da una membrana di cemento che sale verso l’alto confluendo nella copertura e aggettando verso il mare.

Memoria di un involucro ritagliato e contraddittoriamente ridotta ad elemento lineare, questa sottile membrana tocca tutti gli elementi della composizione, li riassume, li accompagna sino al tetto, assumendo ogni impegno espressivo e formale. Particolarmente interessante è la soluzione di copertura, quando la membrana riprende il suo valore tettonico tornando ad essere il profilo di un piano che coincide con una falda del tetto e si prolunga sino a definire una grande terrazza aperta verso il mare. Ma questo piano, che ascende verso l’alto, viene ritagliato e piegato al suo interno per comporre la seconda falda del tetto. Un artificio con il quale l’architetto riesce a rispettare un probabile banale vincolo normativo, ma che non rinuncia a svelare aprendo due fessure ricavate nel tetto, suggestive sorgenti di luce naturale.”

(Umberto Cao)  

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ARCHITETTURE IMPERFETTE

Luigi Coccia


Pescara costituisce un segmento di quella conurbazione continua e indifferenziata che caratterizza la città adriatica, un sistema insediativo parallelo alla linea di costa rafforzato dal fascio delle infrastrutture viarie che ricalca la conformazione geografica del sito. La prevalente linearità della sua struttura urbana è contrastata dall’innesto del fiume Pescara che, affiancato dall’antica via Tiburtina Valeria e dal più recente Asse Attrezzato, definisce l’asse portante di uno sviluppo trasversale, effetto di un progressivo rotolamento dei centri di entroterra verso il mare. Linearità e trasversalità sono fenomeni ricorrenti lungo la costa adriatica, dove addensamenti e rarefazioni del costruito misurano le diverse intensità dei medesimi fenomeni.

Pescara è una città di sole case che, in poco più di 50 anni, è cresciuta a dismisura espandendosi a macchia d’olio lungo tutta la piana costiera, lungo le pendici collinari e nelle aree di fondovalle, diventando così la più estesa città d’Abruzzo. Questa crescita smisurata, segnata prevalentemente da edilizia abitativa, ha definitivamente saldato Pescara a Montesilvano e Francavilla al Mare, collocate rispettivamente a nord e a sud della città, e a Chieti, principale centro collinare che domina la Valpescara. Una città di sole case che continua a crescere, producendo ancora nuove case, disseminate ovunque. Manufatti residenziali isolati o aggregati sorgono spesso a stretto contatto con costruzioni ad uso agricolo o per la pesca, con capannoni industriali che, contagiati dalle nuove strutture abitative, modificano la loro destinazione d’uso originaria trasformandosi in ristoranti e centri commerciali.

La collina e il mare sono le principali risorse di questo territorio e pertanto condizionano il mercato immobiliare: case con vista mare o vista colli assumono un valore associato esclusivamente al tipo di affaccio, al privilegio dello sguardo, spesso affrancato dal semplice posizionamento di una finestra piuttosto che da una adeguata sperimentazione architettonica sulla cellula abitativa. La stessa casa, con lievi differenze cromatiche, si ritrova ovunque, in collina o al mare. Tradizioni agricole e marinare, ma anche connotazioni industriali e produttive, vengono assorbite indifferentemente dalle nuove costruzioni residenziali che, rinunciando ad una esplorazione innovativa sul tema dell’abitare o ad una ricerca spaziale in relazione al contesto, sono espressione di un linguaggio vernacolare che ammicca ai potenziali acquirenti.

La casa è il motore di un territorio in crescita, non solo in quanto soddisfa un bisogno primario dei suoi abitanti, ma anche per la ricca varietà di microtrasformazioni che genera sull’esistente. Balconi trasformati in verande, logge murate e acquisite come superfici utili, sottotetti abitati, garage adibiti a taverne, giardini occupati da annessi sono fenomeni ricorrenti nella urbanizzazione contemporanea. Ampliamento e soprelevazione costituiscono le categorie di intervento più frequenti; esse agiscono indifferentemente su case rurali, edifici storici, quartieri residenziali, palazzine, producendo incrementi dimensionali, estensioni di superficie in senso orizzontale o verticale di tutta o di una parte dell’edificato. Assemblaggio di forme, combinazione di materiali e tecnologie differenti sono dunque espressione di un continuo riallestimento dello spazio domestico, di un inevitabile adattamento della casa alle nuove istanze abitative associate al cambiamento più generale che investe la società.

Una indagine su questo ricco campionario di manomissioni induce ad una riflessione sul suo artefice, sull’abitante che, spinto dalla necessità di soddisfare i suoi mutevoli bisogni, si sente legittimato ad intervenire sulla casa per renderla conforme alla proprie esigenze, introducendo elementi distintivi capaci di personalizzare lo spazio domestico. Come rileva giustamente Pierre Bourdieu, “le cose differenti si differenziano proprio in ciò per cui si assomigliano”; le case, in particolare, manifestano la loro distinzione in quei sottili scarti associati alle peculiarità dei singoli abitanti.

Di fronte a questo scenario abitativo ordinario le opportunità del progetto architettonico si riducono o comunque non riescono a innescare radicali cambiamenti nei fenomeni in atto. L’azione progettuale applicata al tema della casa richiede la messa a punto di alcuni congegni capaci di assimilare e perfezionare soluzioni costruttive ricorrenti nell’edilizia ordinaria e di incentivare nuove pratiche abitative. Il riconoscimento di una sorta di instabilità delle forme induce il progetto a concepire “sistemi aperti” piuttosto che “composizioni chiuse”, a prefigurare spazi che crescono e si modificano nel tempo, spazi che registrano la mutevolezza, spazi della commistione, della ibridazione.

Nel paesaggio della quotidianità, le case sono inevitabilmente architetture imperfette, manufatti che si fanno carico dei problemi che la città pone in un determinato luogo, che si confrontano con normative e regolamenti vigenti, che assecondano le esigenze dettate dalla committenza e si adeguano alle risorse economiche disponibili, che si sottopongono alle manomissioni operate dagli abitanti.

pianteprospetti

render coccia 2

Case via Monte Sirente (PE)

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davide on Maggio 7th 2008 in Architettura

Stereometria

«Socrate – Allora da ciò puoi capire che cosa intendo per figura. Per qualunque specie di figure io dico che figura è ciò con cui termina il solido, o più brevemente direi: “figura è il limite del solido”.

Tratto dal “Menone” di Platone.


Nuova sede Fater S.p.a. in via A. Volta a Pescara;  progetto di Massimiliano Fuksas.
fuksas

Foto di Davide Fragasso.

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davide on Aprile 27th 2008 in Architettura

Palazzo Caracciolo a Bucchianico: cosa fare oggi?

 uno scempio al giorno #6

palazzo caracciolo anni 20

Palazzo Caracciolo negli anni '20
edificio invalidi civili bucchianico

L’edificio per invalidi civili mai funzionato, costruito
nel 1973 subito dopo la demolizione di Palazzo Caracciolo
 
bucchianico oggi aerea 
Bucchianico oggi
ricostruzione virtuale palazzo caracciolo
Ricostruzione virtuale di come sarebbe Bucchianico con il Palazzo Caracciolo
 
intervento verna zuccarini 
Intervento progettuale proposto da M.Verna e A.Zuccarini
 
demolizione palazzo caracciolo
Demolizione di Palazzo Caracciolo
 
prospetti piazza roma bucchianico
 
 
 

Da moltissimi anni ormai la cittadinanza di Bucchianico (Chieti) e tutto il territorio limitrofo convive con il peso

anti-estetico,anti-sociale e anti-identità di un edificio-testata del centro storico che prima del 1973 ospitava la

quinta originale della“Platea Magna”, il Palazzo Caracciolo (fine del XVI secolo).

La lunga e interessante storia dei Caracciolo, dall’insediamento alla vendita dei beni nel 1961,non riassumibile in un articolo, è accuratamente descritta in quello che probabilmente è stato l’unico studio approfondito su questa vicenda che spicca sui numerosi scempi che hanno distrutto valori e materia di interi paesaggi in loco; la tesi di laurea di Verna e Zuccarini,”Il borgo ritrovato-Palazzo Caracciolo a Bucchianico-storie e progetti per il suo futuro” pubblicata da Tinari e presentata a luglio dell’anno scorso nel municipio di Bucchianico dagli autori stessi,il prof. di restauro architettonico Claudio Varagnoli e il sindaco Mario Antonio Di Paolo.

La pubblicazione presenta tre ipotesi progettuali successive all’acquisizione del palazzaccio da parte del comune con un interessante indagine su “quello che era” palazzo Caracciolo, il suo valore architettonico, ricostruzioni virtuali realizzate da foto dell’epoca, le svariate funzioni che accoglieva a vantaggio della cittadinanza fino a pochi anni prima della sua demolizione insensata (cinematografo,magazzino,aule scolastiche,pastificio,frantoio…).

 

Ipotesi 1: riqualificazione della struttura esistente e ri-funzionalizzazione con attività più adatte alle esigenze attuali della comunità

Ipotesi 2 : abbattimento della struttura esistente e risistemazione dell’area adibita a spazio aperto

Ipotesi 3 : abbattimento e riqualificazione dell’area con progetto che si basi sulla struttura urbana e tipologica e che accolga funzioni consone alle attuali esigenze della collettività.

 

Chiunque di noi scarterebbe a priori l’ipotesi 2 per una marea di motivi.

Alcuni continuano a ricordarci che piazza Roma nell’estate del ‘73 era gelida per via dell’esposizione a venti freddi dalle montagne e senza un grande edificio che facesse da schermo.

L’ipotesi 1(affermano Verna e Zuccarini) potrebbe sembrare la più economica, ma ci vincolerebbe da scelte future e si continuerebbe a investire capitali per una struttura vecchia di 40 anni che ha materiali in stato avanzato di degrado, si dovrebbero studiare nuovi flussi, riadattarlo alle nuove normative…aggiungo io: -buttare altri nuovi soldi dalla finestra per avere per altri 40 anni questo eco-mostro che non ha nessun valore, deturpa quel poco che è rimasto a testimonianza storica dello sfortunato palazzo Caracciolo..ed è oggettivamente (e non soggettivamente)Brutto.

Bisogna stare attenti a non innamorarsi o abituarsi a forme che abbiamo trovato e che ci hanno cresciuto e non bisogna assolutamente accontentarsi del peggio o del meno peggio, con i soliti richiami nostalgici che congelano rimpianti nelle solite cartoline d’epoca.

L’ipotesi 3 sarebbe la più interessante sotto tutti i punti di vista ed è la proposta che hanno sviluppato e presentato questi architetti ; cosa fondamentale oltre a dare funzione congrua e sostenibile per noi di questo luogo è quello che deve tornare indietro alla collettività di benessere sociale,economico,culturale ed Energetico.

Nella forma questo progetto riattiva l’originale skyline del borgo; il fronte sulla piazza richiama quello del palazzo cinquecentesco nelle proporzioni e nel ritmo delle aperture di palazzo Caracciolo mentre tutti gli altri cambiano a seconda delle funzioni,riproponendo l’uso del laterizio accostato a materiali innovativi ma con la scelta di sintetizzare l’antico palazzo. Si ha quindi una posizione di distacco da un idea di falso storico e della riproduzione “com’era, dov’era” sia perché è una teoria del restauro sorpassata e sia per i requisiti che la nuova spazialità interna deve avere per accogliere funzioni trainanti il ripopolamento di questo vuoto cittadino, come spazi commerciali, terziario, luoghi pubblici aperti, di ristorazione e i parcheggi per autobus e macchine utili alla vocazione di pellegrinaggio del posto, patria di S.Camillo.

 

Il comitato vorrebbe dare il suo contributo ad accrescere l’interesse collettivo su questa problematica attuale che almeno in ambiti comunali, in questo periodo, è di massima priorità.

Blog come www.bucchianico.net hanno sollevato discussioni degni di attenzione che in ambiti meno virtuali non sarebbero mai emersi(quasi 800 commenti in quattro mesi di confronto).

Ci aggiorneremo comunque prossimamente su iniziative legate a questo tema.

  

Alfredo Mantini

Foto gentilmente concesse da Marco Verna,Annarita Zuccarini e Antonio Iacullo

 Cappella Caracciolo 

 

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FR:D on Aprile 22nd 2008 in Uno scempio al giorno, approfondimenti

Borgo Marino di via Nicola Fabrizi_Pescara


Un frammento di città rimasto indenne alla foga speculativa degli ultimi anni..frammento ultimo che potrebbe andare perduto.

Questo video vuole ancora una volta cercare di far riemergere parti di questa città dimenticata; la città, come una riserva naturale o un corpo, sopravvive solo attraverso le sue biodiversità interne.

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FR:D on Aprile 22nd 2008 in paesaggio/urbanistica

palazzinari #3

Ed ecco a voi il capitolo terzo della saga!!

…comincio a temere che ne avremo ancora per molto e che faremo più puntate di Rocky! …spero solo di non ridurmi come Stallone!

Quello che il cap vi propone oggi è una delle più esilaranti e insieme tristi esperienze architettoniche che io abbia mai visto! Si tratta di un serie di palazzine residenziali in fase di costruzione e localizzate nella fascia tra la Nazionale Adriatica e la Strada Parco a Pescara Nord (zona Naiadi).

Questa volta non è la dimensione, la cubatura, la sproporzione, la decontestualizzazione, il cativo gusto, il nome del complesso, le finiture e le decorazioni, o ancora il danno ambientale e paesaggistico (pur tutti insieme presenti…), quella di cui vi parliamo, ma una specifica soluzione costruttiva e compositiva, che senza troppe remore reagisce e risponde ad una volontà speculativa, e che provocatoriamente si appella in maniera assolutamente volgare a cavilli e sotterfugi legislativi per realizzare due edifici PSEUDO-COMUNICANTI!

Si tratta in effetti di un gruppo di piccole palazzine di cui le prime due sono adiacenti…accostate, anzi, e protendono “poeticamente” l’una verso l’altra nella plastica traduzione architettonica (in chiave contemporanea) del bacio Canoviano di Amore e Psiche!

…penso a Fred e Ginger di Ghery…e lo credo un dilettante rispetto a tanto osare, con una soluzione tecnologica e fomale che esalta lo sbalzo quasi in una sottile sfida con Calatrava e le statica! Davvero geniale!

Il progettista è l’Ing. Alessandro De Dominicis, che è anche direttore dei lavori, nonchè impresa costruttrice!

Grazie Ingegnere!

palazzina ponte 1

palazzina ponte 2

palazzina ponte 3

palazzina ponte 4

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davide on Aprile 17th 2008 in palazzinari

demolizione chiesa di S.Rocco-Sambuceto

San Rocco Sambuceto 

L’ attuale chiesa di San Rocco, è teatro di ricordi per tre generazioni di sambucetesi, i nostri nonni tutti parteciparono alla sua ricostruzione, i nostri genitori vi si sposarono, ci battezzarono. Tutti ragazzini nati fino all’ inizio degli anni 80 (lo scrivente è uno di quelli) da bambini non avevano la Play Station 3, la X BOX 360, o una qualsivoglia console giochi, il massimo del privilegio era possedere un Commodore  64 o un’ Amiga, per tutti noi che abitavamo nella zona del centro il campetto dietro la chiesa era luogo quotidiano di incontro, molti di noi hanno frequentato l’asilo della parrocchia, l’oratorio o l’ ACR. Insomma, la chiesa, il campanile, il campetto, l’oratorio e la sede dell’asilo sono edifici storici della nostra cittadina, se ad un tratto il sindaco decidesse di radere al suolo tutto e farci un parco lungo e stretto che da Piazza San Rocco arrivi fino a Via Cavour voi cosa direste? Potreste dire “si, a me sta bene”, oppure potreste non essere d’accordo e dire “no, potremmo farci un centro ricreativo, un museo, una biblioteca, una qualsiasi cosa”, il concetto è: il cambiamento più grande e radicale dell’assetto urbano degli ultimi 50 anni del paese fatto tutto insieme deciso da pochi è giusto? O magari conveniva coinvolgere i cittadini? Non dico coinvolgere partiti politici in consiglio comunale, no, coinvolgere i cittadini, lo rammento non siamo delle X da rispolverare in tempo di elezioni. Per lo meno io non mi sento tale. La cosa che però letteralmente fa incazzare lo scrivente è che la presentazione del progetto non si terrà come logica mi suggerisce in un luogo del nostro comune, no, si terrà all’università di Pescara, e verrà tenuta dall’ architetto Botta! Ma stiamo scherzando? Volete costruirvi una casa, commissionate il progetto ad un architetto, costui cosa fa? Non presenta il progetto prima a voi, ma in ambito accademico prima e a voi in un secondo momento, vi sembra logico? I cittadini pagano senza decidere e neppure hanno diritto all’esclusività della presentazione? Altro “evento” figlio” dell’assurdità è il consiglio comunale che si terrà sabato 3 febbraio 2007 per il conferimento della cittadinanza onoraria all’architetto Botta, l’assurdo non sta nell’ oggetto del consiglio comunale, sta nel luogo, la sede del consiglio comunale sarebbe il comune stesso, siccome i presenti saranno tanti, quale posto si è scelto e con quale giustificazione? La chiesa di San Rocco, dal momento che alla data di oggi è già di proprietà del comune, si è scelto questo luogo perché non ve ne sono altri altrettanto idonei a contenere tutti. Ma come, il comune non ha strutture ricreative e decide di abbattere l’unica struttura che potrebbe recuperare? 

Altro punto dolente è il seguente, il comune in base alla legge regionale numero 18 del 1983 all’ Art. 30 BIS ha approvato un PROGRAMMA INTEGRATO DI INTERVENTO, questa legge prevede che almeno un edifico debba venire destinato al recupero, debba cioè essere restaurato, nell’ultimo consiglio comunale del 19 gennaio 2007 il sindaco ha asserito che la chiesa verrà abbattuta, la prima domanda che mi faccio è: “Se ha presentato un programma integrato di intervento perché abbatte la chiesa e non la recupera restituendo un edificio laico alla cittadinanza tutta?” Andando però a leggere il programma integrato di intervento mi rendo conto di una cosa che non mi quadra, per avere dalla curia questi 3.000 metri quadrati il comune ha dato in cambio 8.000 metri quadrati liberi e sgombri, gli 8.000 metri quadrati sono quelli all’angolo tra Via Cavour e Via Roma, dove all’attuale assistiamo ai fuochi pirotecnici durante la festa del patrono, la curia però il terreno non lo darà completamente sgombro, lo darà libero dell’Asilo, dell’ Oratorio, del Campetto, ma con la Chiesa e il Campanile. Su chi verteranno i costi dell’abbattimento della chiesa? Su tutti gli abitanti di San Giovanni Teatino. Perché dunque cedere 3.000 mq facendo abbattere tutti gli edifici lasciandone in piedi solo uno e sobbarcarsi il costo della demolizione? Ad una prima lettura dei fatti appare come una cosa priva di senso, sono sicuro che il senso c’è, ma vi prego, che interva un’istituzione a spiegarmelo questo senso.

Daniel Caliari

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FR:D on Aprile 14th 2008 in Architettura

uno scempio al giorno #5

Gasometri gemelli distrutti a Pescara Porta nuova 

 

Ogni volta che uscivo a Porta nuova , dall’asse attrezzato di Pescara, fantasticavo ammirando i due gasometri gemelli a destra del fiume, anche quando non sapevo dell’esistenza di grandi interventi di recupero come quello di Jean Nouvel a Vienna o tutto ciò che si è fatto nel nord Europa.

La percezione di questi due “simboli” si avvertiva anche dallo stesso asse attrezzato che in un certo punto assume una curva in prossimità di essi…ebbene stamattina non ho visto più quei grossi anelli ma solamente un cumulo di ferraglia accartocciata.

Qualcuno sa in questi posti cosa vuol dire archeologia industriale? Qualcuno ha mai visto un quadro di Sironi o un film di Ozpetek, Wenders??

Pescara è una città che sta finendo di diventare un elettrocardiogramma piatto,  una misera radura che apprezza solo Fuksass e Toyo Ito. Pescara, o chi ne ha le redini, vuole dimenticare la Pescara provinciale che era (ed è) costruendo palazzine su palazzine senza pensarci su due volte e sopravvivendo, come Maurilia, solo attraverso cartoline illustrate…

gasometri demoliti pescara 

                                                           

[…]Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si   succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, è l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli déi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati déi estranei.

E’ vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, cosi come le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa.

I.Calvino, Lecittà invisibili(Maurilia)      video e articolo di Alfredo Mantini

 

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FR:D on Aprile 10th 2008 in Uno scempio al giorno

visita #3 _la casa che guarda il mare_ Ortona (CH)

schizzo 1

Come l’avvento della riproducibilità meccanica ha fortemente condizionato l’opera d’arte (Benjamin) tanto da dar vita alle operazioni di Warhol e del dopo Warhol di montaggio-collage-colorazione di foto-giornali-frammenti vari, così l’infiltrarsi del computer nei nostri studi di architettura ha modificato il modo stesso di progettare come le sperimentazioni più recenti (Novak, Lynn, Rashid) dimostrano, lavorando direttamente manipolando immagini digitali renderizzate. Gli schizzi a china di Lùcio Rosato, piuttosto che proporsi come un atteggiamento “retrò” di nostalgia o come gesto d’artista autoreferenziale, ripropongono con evidenza quel passaggio, delicato e diversamente indecifrabile, dal pensiero di architettura, spaziale e contestuale a un tempo, alla proposta comunicata che già si fa germe di costruzione e di trasformazione di un luogo. Nel disegno si delinea un’idea di architettura capace essa sola di identificare le vocazioni di un sito dandogli (una nuova) forma: come quel ponte che per Heidegger disvela le qualità ambientali di un crepaccio, nel momento in cui viene messo in opera a costituirne l’attraversamento. Questa “brutale” modificazione del sito (per un comune sentire ecologista ogni costruzione è un po’ atto di violenza contro una natura la cui condizione originale è solo pretestuosamente ricostituita) è compatibile se l’occhio dell’artista (uno sguardo raffinato) si combina con il sentire dell’architetto (la ricerca di senso) in una complessità “collaborazione con la terra” (Yourcenar) ed i suoi destini in bilico. 4di Carlo Pozzi

Ecco che allora un semplice diario di appunti, costituiti non da parole ma da segni, acquista nell’ordine della sequenza il senso di una classificazione subliminale che poggia su una inamovibile idea di manuale nata nella profondità della cosiddetta “Scuola di Pescara” (la facoltà negli anni di Rossi, Grassi, Suola, Renna, Monestiroli, Manzo, e altri): e il manuale ha senso solo se non gi giustifica come trattazione letteraria ma come strumento per un unico fine, la costruzione. 

Carlo Pozzi (2004)

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foto di L.Rosato e C. Pozzi

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davide on Aprile 10th 2008 in Ambiente, Architettura, paesaggio/urbanistica

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