Archive for gennaio, 2008

Viggiano_Ortona solo andata

 quattordici ettari di territorio sono stati occupati a Viggiano in Basilicata (nella foto) per un centro oli
delle stesse dimensioni di quello che avremo a Ortona.
Ricordiamo però che a Viggiano sono partiti con 5 ettari…noi partiamo da 12!
per arrivare dove??
il 1 febbraio andiamo a far sentire la nostra voce assieme al comitato natura verde.
dobbiamo essere in tanti!

via passolanciano 5 (uffici della provincia-dietro la stazione centrale) Pescara, ore 15
 

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FR:D on gennaio 30th 2008 in Ambiente, Estrazioni petrolio, architettura

Circolo Aternino cap.2

Naturalmente in questa città le scelte vengono prese in due modi: come dictat politici, che poco hanno a che fare con la volontà e l’interesse dei cittadini, o cavalcando la mediocre onda del populismo! Questa volta si è scelta la seconda strada! Ma questa è un’altra storia… Per quanto riguarda, invece, l’intervento: il “com’era dov’era” non ci sono dubbi, è una delle operazioni più infami dell’architettura, per la sua intenzione anacronistica, antistorica, e perché l’architettura non è solo materia e/o forma, è soprattutto concetto che prende forma in un tempo e uno spazio ben precisi! Il tempo e lo spazio si badi bene non sono in questo caso componenti accessorie, ma vere e propri ingredienti del manufatto senza i quali questo non sarebbe ne più ne meno di una maquette, o nella migliore delle ipotesi di una scultura!Pertanto, come pure più volte sottolinea Dezzi Bardeschi, è assolutamente deprecabile l’operazione di restauro (nelle stesse forme) di qualcosa che non esiste più, proprio perché  non esiste più!Andando per paradossi (l’esempio è volutamente esagerato) provate ad immaginare chessò il Colosseo ricostruito esattamente com’era…sareste capaci ancora di dire che si tratta dell’anfiteatro Flavio?! Dell’opera della Roma imperiale? La città è sovrapposizione, stratificazione, riscrittura, alcune volte questa comprende la perdita di sue parti altre la loro modifica ma non avrebbe davvero senso dopo la demolizione il rifacimento.Riguardo la questione del progettista: non sono affatto certo che un “nome” dell’architettura o un professionista affermato e capace possa fare la differenza, proprio per l’errore dal quale muove l’intervento stesso! Se ci chiedessero, per citare l’esempio precedente, di ricostruire e di riportare all’origine il Colosseo, sebbene sono certo che un grande progettista farebbe certamente un lavoro più fedele (o più astratto) di un suo collega meno esperto, non mi sento affatto di dire che il primo sarebbe un lavoro migliore del secondo! Saranno di certo due lavori terribili, eseguiti da due mani diverse! 

Pertanto sarebbe stato certamente meglio affidare (in questo caso si!) ad un capace progettista la costruzione di un edificio che assolvesse la stessa funzione dell’ex-circolo Aternino, ma progettato e realizzato nelle fattezze e secondo “lo stile” (mi passerete la parola) contemporanei. Anche perché non c’è neanche da interrogarsi sulla questione!

Davide Fragasso

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Redazione on gennaio 30th 2008 in Uno scempio al giorno, architettura

L’Arte di Cecchini

Il gesto artistico di Graziano Cecchini ha fatto molto discutere in Italia nei giorni scorsi. Cecchini, il provocatore; dopo il rosso “futurista” nella fontana di Trevi, ora la cascata di palline giu’ da trinità dei Monti… Il discorso non può essere esaurito nelle poche righe del mio intervento. Cecchini è uomo intelligente e sfrutta nel modo più profondo la distruzione di categorie artistiche definite della nostra epoca.

Il gesto artistico di Cecchini non è concordato con nessuna Istituzione, galleria, con nessuna iniziativa commerciale che monetizza il gesto dell’artista, l’assurdità della sua azione. Cecchini è quanto di più vero abbia prodotto la postavanguardia di oggi. Parlo di postavanguardia nel senso che c’è una ripresa in chiave ironica dei temi dell’avanguardia, con un’intelligenza che l’avanguardia non aveva. Il rosso di Cecchini non ha rovinato la Fontana di Trevi, così come le sue palline non hanno ferito la scalinata, né la Barcaccia, né i passanti.

Cose tutte che un futurista non avrebbe esitato a fare.

Mi pare oltretutto che una pubblicità in televisione abbia già ripreso l’idea di Cecchini situandola per le strade di San Francisco. Dico che Cecchini è un uomo intelligente.

L’ho conosciuto al vernissage della contestata mostra “Arte e Omosessualità” che Sgarbi ha riproposto, dopo mille polemiche, alla Palazzina Reale, presso la Stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Era stato portato dallo stesso Sgarbi pochi giorni dopo l’inondazione rossa, e ha dimostrato una gran sensibilità nella visita alla mostra. Si era detto anche che mi avrebbe rilasciato un’intervista, ma i suoi piani erano diretti altrove… al progetto delle palline! 

 

 

Andrea Iezzi

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Andrea Iezzi on gennaio 28th 2008 in Da fuori regione, Uno sgardo su...

Uno scempio al giorno #2

Il Circolo Aternino

Ci risulta che il Circolo sia stato parzialmente demolito all’inizio degli anni ’60.

Una volta costruito il Ponte D’Annunzio dal sindaco Mancini (non fu un’opera riuscita, sconvolse tutto il centro storico) il palazzo in cui si trovavano le botteghe dell’orafo Dante Seta venne abbattuto e successivamente ricostruito in arretramento, per far diventare Piazza Garibaldi l’autostrada che è oggi. Il Comune di Pescara, con una procedura assurda, diede la possibilità allo stesso orafo di “rifarsi” la bottega nel palazzo del Circolo. Cosa che lo stesso seguì alla lettera, piantandoci degli squallidi pilastri, mai compleatati (forse ci voleva costruire un appartamentino sopra, non si sa mai…).

Quando il Comune riprese finalmente i locali della benemerita oreficeria, una signora un po’ avanti negli anni (moglie dell’orafo?) andava lamentandosi ad alta voce nel vicino bar: “Quale Circolo Aternino? Ma che era ‘sto Circolo? Aqquà ci stavame nu!!”.

Per ora, il restyling si è limitato ad aggiustamenti in cartongesso internamente all’oscena struttura, e alla verniciatura esterna (a spray?) del cemento Portland, con la gradevole inserzione di una cassetta per la Posta di gusto rétro. Il Circolo è stato riformato, ma con la declinazione marcata di luogo ricreativo per anziani, senza favorire la mescolanza di idee, età e interessi.

Già un anno fa, registrai un blog in internet (www.andreaiezzi.com) con un cospicuo album fotografico contenente, tra le altre, le foto dell’ex-Circolo. L’album è stato abbastanza visitato… chissà che non sia stato visto anche da qualche amministratore o da qualche dirigente.

L’intervento in oggetto è una ricostruzione “in stile” dell’edificio. Io penso come Paolo Marconi e altri che la ricostruzione filologica di un edificio (edificio che è un documento storico, come nel caso in oggetto) sia una procedura corretta. D’altronde l’Architettura esiste già in quanto è rappresentazione oltre che manufatto prodotto. Ci sono foto, ci sono documenti progettuali, ci sono cartoline. E’ giusto ricostruire il Circolo com’era e dov’era. Quello di cui dubito è che questo intervento non si commissioni a un Marconi o a un altro restauratore di Architettura del suo calibro. L’opera la si affida all’architetto Pierpaolo Pescara, progettista del Comune, che deve realizzare il pasticcio alla Stazione di Portanuova e tutte le opere più importanti di questa Città.

Al di là delle procedure, dei giochi, delle convenienze, chiederò all’architetto come si svolgerà il lavoro e chiederò che vengano rispettate tutte le preesistenze storiche, incluso il serramento e l’insegna dell’Oreficeria De Vincentiis (quella, sì, antica); tra l’altro uno esempio unico a Pescara di quest’artigianato artistico, che nell’anteguerra era così tipico da queste parti.

Questa è la lettera con la quale il comune ha comunicato l’intenzione di intervenire sulla “riqualificazione” dell’ex-circolo:


Andrea Iezzi

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Andrea Iezzi on gennaio 28th 2008 in Uno scempio al giorno, architettura

S. Demetrio ne’ Vestini, ultimo atto!

San Demetrio ne’ Vestini: orazione in memoria di un suicidio collettivo

    La realizzazione delle progettata, enorme e spropositata cava di materiale inerte a San Demetrio ne’ Vestini non sarà – come pensano ingenuamente in molti  - l’atto iniziale di una nuova prosperità economica ma l’atto finale di un dramma, la cui conclusione non potrà che essere il “suicidio” collettivo della comunità sandemetrana.

    Si tratta di un’autentica tragedia, la cui rappresentazione non nasce ai giorni nostri ma è cominciata molti decenni fa, all’indomani della  seconda guerra mondiale, quando si dissolse e scomparve la vecchia classe dirigente che aveva governato questo paese abruzzese nei secoli passati (nobili, proprietari terrieri, professionisti, uomini di cultura, preti). Nell’occasione, come è noto, si fece avanti una nuova classe dirigente: commercianti, artigiani e alcuni neolaureati.

    Da quel momento cominciò l’avvento di un certo benessere materiale. La nuova classe dirigente di San Demetrio è riuscita via via a risolvere molti problemi di carattere concreto  (lavori pubblici, case, lavoro, pensioni, piccole attività imprenditoriali)  ma si è dimostrata assolutamente inadeguata –  nei decenni passati – a far fronte alle questioni di carattere spirituale, di natura culturale e identitaria, che riguardano la coesione sociale e quindi l’agire collettivo. Anzi se ne è disinteressata perché non ne ha afferrato l’importanza: il commerciante e l’artigiano di vecchio stampo erano per loro natura materialisti e individualisti, e perciò hanno sempre considerato inutile l’azione collettiva e ideale. Anzi, alcuni di essi la giudicano controproducente per i propri particolari interessi.. Ed è proprio da questa indifferenza alle problematiche ideali e comuni a tutta la collettività che ha preso corpo il dramma di San Demetrio. Nel senso che si è verificata una disgregazione degli antichi legami fra gli abitanti e dell’antica capacità di agire collettivamente, come un’autentica comunità di persone. Una debolezza morale, questa,  che si è rivelata fatalmente negativa nei momenti più difficili e complessi che il paese ha dovuto e deve affrontare.

    A tutto ciò va aggiunta un’altra grave circostanza negativa, che ha contribuito nei decenni a disgregare e a dissolvere l’anima collettiva del paese: il fatto che a San Demetrio, per varie ragioni, sia venuta totalmente a mancare, da oltre mezzo secolo, una vera guida spirituale da parte di preti e di parroci degni di tal nome. Perciò, quando un “forestiero” dotato di senso critico giunge per la prima volta a San Demetrio riceve subito, netta, la sensazione di una comunità a cui manca un timoniere ed è, quindi, come una barca alla deriva dal punto di vista spirituale, oltre che dal punto di vista culturale e identitario. E tale sensazione viene poi, sempre puntualmente confermata.

    L’ultimo atto della tragedia – e lo si dice con dolore, per l’amore che si porta a San Demetrio – ora  sta per attuarsi, con la vicenda della mostruosa cava in progetto. Non si può non provare pietà e commiserazione per  un paese che, con tanti secoli di storia alle spalle, verrà aggredito, stritolato, distrutto. E i cui abitanti, in pochi anni, si ammaleranno tutti indistintamente ai polmoni a causa delle POLVERI SOTTILI che saranno prodotte dagli scavi e che si propagheranno per tutta la valle. Altro che nuovo benessere, qui si va verso il suicidio collettivo!

    Non a caso, infatti, un progetto simile – in apparenza economicamente allettante ma in realtà distruttivo – è stato rigettato senza tentennamenti da una città come Sulmona, i cui abitanti e amministratori sanno ben difendere, e con lungimiranza, i propri autentici interessi .    

    Non così a San Demetrio, con la sua comunità debolissima, dotata di scarsa o nulla identità, con poca coscienza di sé e dei propri veri interessi . Mentre la sua classe dirigente si dimostra avida e inetta,  e perciò succube dei primi venuti, come in questo caso i gestori delle cave e i loro sponsor. Una classe dirigente indegna di tal nome, che in maniera irresponsabile e incosciente sta portando il paese intero all’autodistruzione. Al suicidio, appunto, come si diceva.

    Questa classe dirigente di San Demetrio ha un solo modo per evitare il proprio storico fallimento, nonostante il qualcosa di positivo fatto nei decenni passati: deve impedire che lo scempio della “megacava” venga compiuto, per il bene del paese e per la salute delle future generazioni, dei suoi stessi figli. Altrimenti, oltre che riflettere sul proprio fallimento, questi personaggi dovranno in aggiunta domandarsi che cosa ci stanno a fare a questo mondo…

Giorgio Mendicini.

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Redazione on gennaio 24th 2008 in Ambiente

28…dei trenta!

Viviamo dei tempi interessanti.

E qui da noi in Italia, il prezzo da pagare per assistere allo spettacolo non è neanche troppo insanguinato.

Stiamo trasformandoci in Bordel-paese dal Belpaese che eravamo.Ed è rassicurante vedere che diventiamo seri,

solo quando la catastrofe è già a metà dell’opera.

Siamo fatti così, e a costo di attirarmi le ire di alcuni, chiudo la frase con:Mistero della fede, rendiamo grazie a Dio.

A Bari esiste un istituto per la conservazione dei semi vegetali, Istituto del Germoplasma facente capo al CNR.

Ebbene, si stima che il quaranta per cento dei semi conservati  sia andato in malora a causa di una funesta diatriba fra il

fondatore Pietro Perrino e il successore Luigi Monti.Non entro nel merito della questione, fatto sta che il danno è gravissimo.

Basta dire che questa sorta di banca della biodiversità, prima del danno era la più ricca d’Europa.

Per fortuna ci possiamo consolare con le notizie parlamentari e romane.

Un ministro di Grazia e Giustizia che si dimette perchè ha paura di essere un perseguitato dai magistrati,

Sua moglie che ritiene di essere stata inquisita e arrestata seppure agli arresti domiciliari solo perchè fervente cattolica,

un simpaticone dal nome Graziano e poi Cecchini che inonda una celebre scalinata che guarda caso si chiama Trinità dei Monti

con cinquecentomila palline colorate, un Papa che rinuncia ad un discorso da farsi all’inaugurazione dell’anno accademico

di una università di nome “La Sapienza” a causa di un centinaio di dissidenti o dissenzienti che fossero.

Mentre altrove esalano miasmi da centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura ancora adagiati sui marciapiedi.

Senza contare le invasioni di strade e autostrade da stipendiati che aspettano con desolante puntualità

il rinnovo del loro contratto di lavoro scaduto da mesi e mesi.

Qui in Abruzzo, incredibilmente, in queste giornate gli abruzzesi si ostinano a ripetere il rito dell’incendio delle farchie.

Per fortuna.

Non servirà a cambiare le sorti del paese, ma almeno ci ricorda che con un pò di canne e neanche di quelle vietate dalla legge

ci si può divertire sul serio.

Speriamo solo che orde di Cinesi non ci copino l’idea.

 

Marco Sclarandis. 

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Marco Sclarandis on gennaio 22nd 2008 in Uno sgardo su...

L’outlet che mancava!

Centro commerciale, outlet, shopping center, chiamateli come vi pare…ma insomma bastaaaaa!!! Non se ne può davvero più!Ma io mi chiedo è mai possibile che oltre la mondezza campana dobbiamo prenderci anche tutto il denaro sporco che camorra, n’drangheta e tutta la mala d’Italia non sanno dove reinvestire?! Non so, se si tratti di un concorso a premi indetto dalla camorra, a cui gli amministratori locali partecipano in massa; tipo: primo premio a chi riesce ad insediare più GDO (grande distribuzione organizzata…non serve che commenti questa definizione!) possibile nella propria regione!In questo abbiamo davvero il primato, udite udite: maggior rapporto superfici commerciali per abitante (il più alto d’Europa!!!) davvero grandi noi abruzzesi! Ma il tutto avrebbe anche un senso se questo contribuisse ad abbassare i prezzi dei prodotti, e a compensare i problemi di costo della vita successivi all’ingresso dell’euro; invece no!Ma noi, imperterriti, li scegliamo comunque; li frequentiamo per il gusto di respirare un po’ d’aria condizionata (…beh in effetti con l’aria che si respira in città!), per portare a passeggio la propria ragazza (cosa c’è di più intimo e romantico di una passeggiata tra gli scaffali di un negozio di elettronica!), e naturalmente per non pagare quel pesantissimo euro e 50 per il parcheggio (dimenticando però poi di calcolare la 10 euro lasciata al benzinaio!). Quindi, gente gioite perché è in arrivo a Città S. Angelo un mega outlet da ben 120 negozi!!!Lunedì scorso la posa della prima pietra. Ma quale studio tecnico, demografico, sociologico, di sviluppo, quale piano complessivo, o strategico sta dietro la realizzazione di questo ennesimo centro? Cioè quali dati hanno confermato e/o garantito la necessità di impiantare sul territorio un altro luogo in cui la concentrazione di esercizi commerciali sia così alta! Non capisco se si tratti di un progetto comune per spegnere l’interruttore su alcune città in particolare, che sono da sempre state poli attrattori e centri di richiamo dello shopping regionale, o se piuttosto l’intento risponde a piani di puro interesse dei privati; o magari, (e qui davvero la genialità del progetto complessivo), si tratti di un nuovo piano del turismo che smonta completamente i luoghi comuni dello stesso, per ridisegnare nuove attrattive: i centri commerciali appunto!Come a dire, alle Alpi le montagne e lo sci, alla Puglia e alla Versilia il mare e le spiagge,

e a noi che abbiamo capito tutto e siamo sempre all’avanguardia, i CENTRI COMMERCIALI!!!

Si già immagino i tour-operator di tutta Europa che venderanno pacchetti per la visita dei più grandi centri commerciali dell’interland pescarese e chetino, e magari, chissà, ci sarà anche il pacchetto centri (commerciali) storici!

Davide Fragasso.

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davide on gennaio 19th 2008 in Paesaggio/Sviluppo

Una botta e via

Sabato 3 febbraio (2007 ndr) si è tenuta in facoltà D’Architettura una conferenza dell’esimio maestro Mario Botta, il quale ha presentato la sua ultima creazione, un “dono” per la comunità di Sambuceto: la nuova e segretissima chiesa di San Rocco.

In realtà l’evento della mattinata non era la conferenza in sé (del resto Botta non è certo un architetto sulla cresta dell’onda) ma l’annunciata manifestazione di protesta dei fedeli sambucetesi, incavolati per non esser stati interpellati sulla decisione di abbattere e ricostruire in un altro luogo l’amata parrocchia.

(Piccola digressione: ma come facevano i parrocchiani a non sapere nulla se già nel 2004 era stato fatto un concorso – Tetraktis, per chi se lo ricorda – che dava per assodato l’abbattimento della chiesa e la costruzione in sua vece del municipio? E che fine ha fatto quel concorso se poi di punto e in bianco spunta Botta a progettare la piazza? Chi progetterà il nuovo municipio?).

Arrivato tardi e pertanto perse le prima battute dell’incontro, sono rimasto amaramente deluso.

Mi aspettavo cori da stadio, fedeli incatenati alle poltrone rosse della sala, pie donne inneggianti slogan di protesta del tipo “SVIZZERO:NO GRAZIE”, oppure “GESU’ GIUSEPPE E MARIA, ALLONTANATE BOTTA DALLA CHIESA MIA”, o ancora “A BOTTA RISPOSTA:GIU’ LE MANI DALLA PARROCHIA”.

Niente di tutto questo.

La conferenza si è svolta in assoluta tranquillità seguita da un civile ed emozionato intervento di un solo temerario sambucetese.

Del resto, come si fa ad attaccare uno che sembra la nonnina di Heidi? A Botta, con quella capigliatura bianca cotonata, gli occhialetti, la camicia senza collo e la sciarpetta, manca solo il riflessante azzurro nei capelli per essere identico a mia nonna.

E poi, ha parlato con pacatezza, semplicità, ha spiegato i suoi progetti con la partecipazione di un artigiano.

Insomma, sarà anche un po’old-style, ma il suo lavoro lo sa fare.

La conferenza è stata tutta un susseguirsi di sue architetture religiose che poi sono culminate, guarda caso, nel capolavoro di Sambuceto, il quale si è rivelato la classica “chiesa alla Botta” di cui vi do ora la ricetta: 

modello 3d 

“Chiesa alla Botta”  (per 500 persone)

 

Ingredienti:

1 monografia di Khan da tenere sott’occhio;

1 manciata di forme geometriche regolari;

svariate tonnellate di mattoni o, se non ne avete in casa, di Lecablock bicromi;

1 spolverata di polvere dorata per decorare.

 

Esecuzione:

prendete la vostra figura geometrica prescelta (quadrato, esagono, cerchio a vostro piacimento), disponetela in pianta ed estrudetela verso l’alto. Io ho usato SketchUp ma Rhino o Autocad andranno bene lo stesso.

Estrudetela rispetto al piano d’imposta secondo un asse ortogonale oppure inclinato a seconda di quanto vi sentite “moderni” in quel momento.

Tagliate , incidete e sagomate la parte superiore del prisma ottenuto, in modo tale da ottenere una figura diversa da quella di partenza, per es. quadrato-cerchio, cerchio-ellisse, quadrato-croce, come nel caso di Sambuceto.

Ricoprite di mattoni e la chiesa è servita.

Ora, tornando al progetto, il problema non risiede tanto nella chiesa, che di per sé può essere anche interessante, ma nell’impianto generale che vuole esaltare, connettendoli fisicamente, i due virtuali centri cardinali del paese, quello sacro della chiesa, e quello profano del municipio.

Il piano, infatti, prevede una piazza ellittica di fronte al nuovo municipio che si collega con un ampio percorso pedonale alla nuova chiesa passando sotto la trafficata via Tirino.

(A proposito del sottopasso, Botta ha esclamato: “Se non c’era il sottopasso io nemmeno accettavo di fare il progetto!” come se attraversare la strada sulle strisce pedonali fosse un insulto all’architettura bottiana.)

Il fatto è che se fossi stato io il parroco, col cavolo che mi facevo rifilare quel campetto su via Tirino a due passi dalla attuale piazza principale la cui importanza è data (altro che dal futuro nuovo municipio) dal mercato settimanale che vi si svolge e dall’edicola dove tutti i pescaresi vanno in incognito a comprare le riviste sporche.

Se proprio avessi dovuto scegliere un’area, l’avrei certamente presa vicino al vero centro cittadino, il cuore pulsante della rinascita culturale ed economica sambucetese: l’Auchan.

Anzi, per dirla tutta, avrei scelto un bel terreno a metà strada tra l’Auchan e l’Ipercoop, così sai quanti fedeli finalmente in chiesa la domenica. Inoltre, basta col vecchio nome di San Rocco, solo Madonna ormai si può permettere di chiamare il figlio così. Avrei scelto qualcosa di più moderno, che so, qualcosa tipo “Nostra Signora del 3+2” o “Il Sacro Mall dello Shopping Celeste”.

 

Arch. Giovanni Caffio

Su gentile concessione dell’autore (già pubblicato su Mente Locale del Marzo 2007).

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davide on gennaio 16th 2008 in architettura

Uno Scempio al giorno #1

Reliquie del santo e cattedrali nel deserto – Il caso porta nuova di Pescara

ipotesi fater

La nostra nuova rubrica “uno scempio al giorno” ci porterà a riflettere sull’infinita serie di “trasformazioni aggressive” che, nella nostra regione, hanno stravolto o annullato identità, testimonianze storiche, vita di tutti i giorni…certamente senza avere in cambio vantaggi.

La prima osservazione non poteva che cadere sulla stazione di porta nuova a Pescara con il suo intorno; l’indecisione tra un recupero serio del comparto storico e la pressione dei privati di fare tabula rasa ha portato a soluzioni progettuali che persino negli anni sessanta facevano discutere ovvero la liberazione di elementi ritenuti inutili e la conservazione di soli frammenti, facciate o monconi che (specifichiamo) non sono in queste condizioni per crolli improvvisi ma per volontà progettuale!

(troviamo un esempio chiaro di questa abitudine esecutiva del passato recente in

G. Carbonara, La reintegrazione dell’immagine,Roma 1976,fig. 9 e 34)

fotomontaggio portanuova

E’ il caso dell’edificio della vecchia stazione, liberata di tutto ciò che aveva nelle sue vicinanze, fabbricati industriali integri, il villino ad angolo di via Italica, la stesso volume della stazione della quale hanno salvato solamente la facciata, “tecniche costruttive di reliquiari” possiamo dire; le prossime vanno a toccare invece il vecchio fabbricato della fater per il quale è previsto demolizione dei capannoni retrostanti la facciata degli uffici e la rimessa recentemente restaurata alla destra della stessa, rappresentativa di una tipologia edilizia ricorrente in zona (fronte simmetrico con parte centrale rialzata); al posto di tutto ciò è prevista l’apertura di uno spazio pubblico (e fin qui nulla di male,anzi…) intorno al quale articolare due torri residenziali di altezza pari alla torre del centro commerciale “il molino”(quindici piani circa), ciò avrebbe quindi due effetti: l’aumento della densità abitativa di un area già satura (basti pensare alla viabilità e ai parcheggi) e la negazione della volontà progettuale di creare uno spazio aperto. Infatti non è difficile immaginare l’effetto “soffocante” che edifici di tale altezza imporrebbero a una superficie limitata e già circondata da colossi destinati a ufficio e abitazione, un modo di costruire già sperimentato in passato di cui il quartiere di S.Donato è uno dei risultati. Questa tipologia edilizia e urbanistica è frequente negli anni settanta e ha portato al degrado delle periferie e ai noti problemi di ordine sociale.

Piccole modifiche a questa visione potrebbero alleggerire la portata dell’intervento e aumentare la qualità architettonica e abitativa: ad esempio la conservazione e il recupero degli immobili che affacciano su via Italica e nuove strutture meno impattanti e meglio armonizzate con il contesto oltre che al rispetto dell’altezza media del comparto (e non la massima!).

In aggiunta non guasterebbe l’abbandono di un pensiero speculativo “palazzinaro” e una maggiore cultura personale di progettisti e committenza…sarebbe già tanto andare oltre gli anni sessanta e sfogliare due riviste di architettura contemporanea.

 

Alfredo Mantini e Davide Fragasso.

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Redazione on gennaio 15th 2008 in Uno scempio al giorno, architettura

I bambini, la città.

Gli utopisti si sono dedicati con la maggiore ostinazione e serietà a discutere di due cose. La prima, i bambini – cioè il futuro, la formazione delle nuove generazioni, dei nuovi nati, l’aiuto che è possibile dar loro affinché diventino individui in grado di controllare, nei 1imiti del possibile, le proprie scelte, e avvertano la responsabilità che comporta esser membri della comunità umana. La seconda, la città – i modi e luoghi della convivenza, l’armonia della solidarietà, la vita comune. Uno di loro, Colin Ward, ha dedicato qualche anno fa un bellissimo libro alle due cose insieme: I bambini e la città (L’ancora del Mediterraneo). La base della sua riflessione può venire così riassunta: una città è una buona città se è buona per i suoi abitanti bambini, se essi non vi sono soffocati e costretti, se vi hanno i loro spazi di esperienza e di scoperta, le loro protezioni e le loro libertà. Dunque, il fallimento è evidente. Basta guardarsi intorno per capire che la realtà è tutta diversa e che le città odiano i bambini. (Prima di tutto, si può dire, li odiano i sindaci). Le città appartengono ai mercanti e alle loro consenzienti vittime, i consumatori. Appartengono ai turisti, membri estranei per definizione alle responsabilità comunitarie. Appartengono soprattutto alle automobili. La strada, diceva un tempo Carlo Levi, ” è la casa degli italiani” ma oggi è diventata, al più, il garage degli italiani. Non erano fatte per le macchine, le nostre città, ma sono costrette ad adeguarsi con fatica e con dolore, restandone, le più belle e armoniche, le più “pensate per l’uomo”, irrimediabilmente sconciate. Le città che conosciamo sono di due tipi: quelle piccole o medie, ordinate – l’Europa, ex civiltà di comuni, ne è ricchissima. Vivervi è piacevole, in generale ci sono servizi decorosi, spazi e verde sufficienti. Ma in esse, come nei villaggi di un tempo, il peso della noia e del conformismo, del controllo sociale (qui esercitato da maggioranze piccolo-borghesi o; ossesivamente attente alle proprie abitudini) possono risultare insopportabili. E bello riposarvi una, due settimane, ma poi? Poi si scappa nell’altro modello di città, la grande, perlopiù disordinata. Le ordinate, infatti, non si tarderà ad accorgersi che somigliano da matti, solo più in grande, alle piccole e medie da cui si è fuggiti, con sola variante (fondamentale) che lì si è in tanti e che si finisce sempre per trovarvi il tipo umano che ci somiglia, con cui si ritiene di avere gusti e passioni da condividere. Ma ci sono anche le disordinate, in Italia per esempio Roma e Napoli, dove il disordine è davvero disordine, e che in qualche modo somigliano, ma con differenze economiche enormi perché non povere, alle immense città del sud del mondo, asiatiche o africane o latino-americane. Somigliano, o somigliavano: città di grandi estensioni e di grandi confusioni, il cui fascino deriva proprio dal disordine, dalla sensazione che tutto vi sia perennemente mutevole e che l’individuo vi conti pochissimo, che sia costretto a perdersi nella massa, e di conseguenza è costretto a difendere la propria individualità. Erano così anche la Parigi di Hugo o la Londra di Dickens o la San Pietroburgo di Dostoevskij o, ancora, la Napoli di Mastriani. Città “invivibili”, o alle quali, chi non vi è cresciuto così come si cresce nella giungla, faticherà ad adattarsi. Città “pericolose” e però, in qualche modo, affascinanti proprio per il loro “pericolo”, per le continue sorprese e novità che riservano a chi è d’animo avventuroso e curioso; città di tante diversità che si appartano o che s’incrociano (che sono costrette a incrociarsi) e che per questo possono ancora sembrare, come ai ragazzi dell’ottocento fuggiti dalla provincia e dalla campagna in cerca di avventura e di libertà, narrati da mille romanzi, i luoghi di ogni possibile, i luoghi della sperimentazione, dell’incontro, dell’autodeterminazione. La contraddizione è bruciante. Ieri gli urbanisti erano tutti per la città razionale – fin troppo razionale, e anche il nostro amato Mumford (e il nostro amato Olivetti che lo pubblicava e diffondeva) finiva un po’ per spaventarci: troppo bella e troppo armoniosa, la sua città, troppo poco “dialettica”, con il rischio di fissità, di un ordine elegantemente e democraticamente costrittivo, del rifiuto di ogni sregolatezza e varietà vitalmente “contraria”. Oggi sembrano essersi convertiti tutti alla legge dello sviluppo capitalista e imperialista della città-territorio, e si assiste sempre più spesso a esaltazioni dell’ex-beltà ormai brulicante di automi e immondizie organiche varie che è la Brianza, che è Roma. Certo, se si viene da una di quelle città ripulite e disneyzzate dove poco succede (in vista; ma la notte, ma nell’ombra?) il disordine ha qualcosa di attraente, ci può apparire un luogo vivo perché è il contrario di quei raffinati, “signorili” parcheggi di zombies. Dov’è il giusto? Si è tentati, di fronte a quei servi della storia e del “progresso” cioè dei “padroni” che sono sia gli urbanisti arredatori-igienisti – che amano le città disinfettate e omogeneizzate secondo uno schema unico di supermercati e giardinetti denaturati, tutti uguali e inodori e insapori – sia i loro speculatori confratelli che esaltano il disordine del “libero” anzi liberistico sviluppo voluto da avvoltoi, vampiri e cavallette del capitale e del consumo, si è tentati di lasciar perdere, di accettare fatalisticamente gli opposti disastri. La nuova razionalità che si è un tempo invocata è stata sconfitta, quella di un equilibrio tra i sogni e i bisogni, tra gli spazi del desiderio e dell’imprevisto e gli spazi della tranquillità e del bene stare, una città “a misura di bambini” e quindi di lavoro e di gioco, di ordine e di disordine, di regole e di sregolatezze. Allora, forse, non ci resta che spostarci a seconda di un nostro interno sentire che cambia e che torna, che vuole ora il bello e ora il brutto ora l’armonico e ora il disarmonico, tra la piccola-media città linda e gelida e la grande città (ma che sia almeno meridionale, e davvero caotica!) calda e avventurosa, ancorché sudicia e mal servita… Non riusciranno a inventare qualcosa di meglio, quella masnada di servi intimamente corrotti dall’accettazione del “mondo così come vogliono che sia” i loro e nostri padroni, con la complicità di quelle masse che s’agitano tra cancri e ospedali, slalom e scontri motorizzati, vite lunghe e morti dell’anima, televisione per i vecchi e festa-continua per i biologicamente giovani. (Berlusconi e Veltroní presumono di saper bene di cosa parlano e cosa stanno facendo agli altri e a se stessi – alle loro spalle l’ombra minacciosa dei misteriosi manipolatori di ogni progresso). Eppure è indispensabile non accontentarsi, è indispensabile cercare. “Chi è vivo non dica: mai”, ricordano i classici. È dunque indispensabile elaborare utopie, inventare mondi possibili. Che palle, gli slogan del genere “un altro mondo è possibile” gridati da folle che mai rinuncerebbero a un’automoblile o motocicletta o televisore o condizionatore, banali nemici della natura, del clima, della sopravvivenza della vita sul pianeta! La felicità non costa niente, dicevano ancora i classici, le cose migliori dell’esistenza non costano niente; ma lo dicevano più volentieri tutti gli accaparratori di spazi e di ricchezze che erano comuni, e di questi slogan facevano, come della cristiana rassegnazione, un’arma per la loro ascesa, un altro dei tanti modi di “ingannare il popolo”. Tutto costa, ahimè, anche se c’è un regno della necessità reale, e uno delle necessità indotte e false. Spezzare la catena, rompere il cerchio. Ma come? Ecco perché è indispensabile pensare e ripensare su come dovrebbe essere il mondo giusto per i nostri figli, lo spazio giusto per la loro crescita, armonica e insieme avventurosa come è bene che sia. Occuparsi di “città” e di “bambini” vuol dire – se siamo ancora in tempo, e saremmo ancora in tempo per limitare i danni definitivi – ripensare il futuro, anzitutto, e poi, sulla linea delle utopie che avremo definito secondo criteri di giustizia e di libertà, tornare sulla terra, nella città concreta dell’oggi e dell’immediato domani, e vedere come quei principi, quelle acquisizioni possano venire tradotte nella realtà. Nei limiti del possibile (ma forzando questi limiti per il possibile). La città che davvero può piacerci non c’è o non c’è più; dobbiamo dunque immaginarla, studiarla, “disegnarla”; e dopo darci da fare perchè diventi, nei limiti del possibile, (ma forzandoli per il possibile) visibile e raggiungibile.

di Goffredo Fofi

Su gentile concessione dell’autore (già pubblicato su Tricromia – T#06 _ Introduzione alla mostra di disegni di Jacques de Loustal).

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davide on gennaio 14th 2008 in Da fuori regione, architettura