Riqualificazione urbana del vallone S.Andrea

Sono passati tredici anni da quando il CAU, Consulta di Architettura e Urbanistica/Ortona, nei suoi Appunti/1 volle presentarci l’immagine dell’architetto contemporaneo, appunti rilegati in un piccolo libro ad anelli come se fosse la raccolta di tanti taccuini da viaggio. Non sono solo architetti a contribuire ma anche giornalisti e fotografi. E’ stampato da scansioni di schizzi e scritte disegnate a mano libera e ognuna di queste è affiancata da foto di luoghi e famiglie connessi all’autore.

Non è la solita frase di circostanza dire che “non è cambiato granchè”dal panorama descritto: traspare in tutti i dialoghi la volontà forte di riscoprire la praticità primordiale del lavoro dell’architetto, offuscato oggi, e a volte dimenticato, da false contingenze economiche e funzionali. In particolare ci spiega Mauro Vanni, uno dei tanti autori del dibattito, come l’architetto sia svilito sotto tutti i fronti, dalla carriera studentesca decennale che porta un affievolimento dei primi preziosi stimoli e al successivo sfociare verso un mercato che negli anni successivi sarà diretto dagli stilemi delle archi-stars, imitazioni formali senza funzione e legame con il contesto.

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Un’altra morsa che stringe è un atteggiamento, a mio parere epocale, del proliferare di riviste tipo “arredo fai da te” o “casaviva” che certamente hanno un’influenza più disastrosa di quella del trattato di Serlio verso le architetture del tardo cinquecento inglese e francese, leggeri manuali che ci rendono improvvisamente tutti architetti, non basterebbe quindi che per un architetto francese ce ne troviamo cinque italiani. Famose le opinioni pubbliche verso la figura di questo simpatico mestiere, dove si tende sempre a farselo da se e lo si considera spesso un lavoro di margine, fatto di scaricabarili e frasi come: “..è colpa della normativa tecnica!..” “..siamo legati alla scelta fatta dal computo metrico..” “..i prezzi durante la costruzione lievitano sempre..” diretto è il riferimento fatto a Bernard Rudofsky dove nel suo Architecture Without Architects afferma che il 90% delle architetture nel mondo viene realizzata senza l’intervento dell’architetto.

Vanni, dunque, alla domanda “cosa dovrebbe fare uno studente di architettura?” non da risposte, bensì ricette; l‘architettura non è sinonimo di avventura ma necessità di una sorta di percorso spirituale, senza tante distrazioni e con idee chiare. Quindi una figura professionale che non deve confondersi nel labirinto dei valori consumistici aggiunge Alessandro Pasquini, dove sarebbe un sogno svegliarsi la mattina e vedere finalmente che l’amico geometra si occupasse solo di accatastamenti, l’ingegnere di strutture e che il geologo fosse libero di fare il suo lavoro senza architetti e ingegneri tra i piedi.

Uno sguardo al passato recente che ci mette davanti a problemi irrisolti, cause di rimpianti verso un passato urbanistico ormai remoto, ma anche di reazioni. Gli autori lasciano le loro proposte per la città di Ortona in maniera genuina e gratuita, un terreno “arido” che ha subito la distruzione bellica, ma comunque carico di significati ed emozioni, cittadina svilita da una devastazione autentica e dichiarata, diversa in parte da quella più subdola e dilagante come le speculazioni e le sostituzioni urbanistiche programmate e spontanee.

L’utopia è nella volontà comune e incondizionata di ogni singolo individuo e schieramento politico di una rinascita sociale e culturale cittadina, movimento che poco più di dieci anni dopo prenderà piede nella stessa Ortona, persone custodi del proprio paesaggio e della propria salute, coscienza che cresce sempre di più e dove la classe politica non potrà far altro che farsi convincere della giusta causa, abbandonando interessi corporativi. Tutta bella retorica direbbe qualcuno.

C’è sempre chi storcerebbe il naso di fronte a ragazzi che si riuniscono per tirar fuori idee e progetti, proposte di soluzioni fattibili per la riqualificazione (anche immateriale) di tessuti urbani abbandonati, aree e quartieri, quel qualcuno fa si che le nostre città siano ancora invivibili (dopo trent’anni di sfrenato sviluppo), che non siano ancora ciclabili, che i marciapiedi siano usati come parcheggio auto; città che non crescono interiormente ma che fagocitano paesaggi agrari, dove anche un terremoto può essere un gran pretesto per un’azione speculativa di questo genere.

Vedo nei lavori del CAU la partecipazione del pubblico alle azioni dirette, esempi di democrazia progettuale difficilissimi da applicare con necessaria attenzione, correndo rischi. Oggi in certi casi vediamo come il cittadino, anche collegato a comitati, stenta a fare osservazioni nei dovuti tempi per un piano. Lo fa solo per interessi personali, quei classici sessanta giorni passano sempre inosservati per grandi cause.

Ne Il punto e l’ipotesi, un’idea urbanistica per Ortona di Vanni e Pasquini si parlava già di una norma carente del piano paesistico regionale riguardante il litorale Francavilla al Mare- S.Salvo, pare che l’istituzione di questo “Parco della costa teatina” sarà un argomento decennale. La discesa verso descrizioni puntuali nel libro è veloce, come puntuali sono le ipotesi, un percorso a mio avviso quasi didattico delle ricerche affrontate sul laboratorio Ortonese. Parchi cittadini, contrade, limiti, programmi che vengono raccontati senza l’ausilio di tavole. Sulla scia di questi tracciati, che oggi hanno di certo prodotto dei risultati nella vita cittadina di Ortona, vorremmo continuare a lavorare, promuovendo nuove strade sostenibili e con l’appoggio di più soggetti possibili.

Appunti/1 l'immagine di una nuova figura di architetto contemporaneo

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