Archive for the 'Uno scempio al giorno' Category

Il poeta deve rivoltare le pietre

A tutt’oggi, resta in piedi della vecchia centrale del latte di Pescara, l’ala destra.

E’ probabile che venga abbattuta anche quella, e che dell’umile e glorioso edificio non restino che i ricordi della gente e un pò di foto e di filmati.
Ma potrebbe essere, cosa improbabile ma possibile, che il tronco centrale e l’ala o braccio destro rimangano in piedi e vengano conservati.
Io accarezzo da anni una teoria alquanto bislacca che afferma che la materia sia bastarda.

La materia bruta e inanimata, s’intende. Quella viva vegeta ed animata non solo sa essere bastarda perfida meschina codarda stupida invidiosa e ingorda.

Sa come diventarlo in modo imprevedibile.
Che cosa può fare invece un sasso se non rimanere muto e immobile per secoli e millenni?.
Certamente non può gridare o darsi una spinta da solo per attirare la nostra attenzione.
Inoltre ci sono miliardi di sassi che se pretendessero tutti quanti di avere il loro quarto d’ora di celebrità, sancito quale legittimo diritto universale da un artista come Andy Wahrol porterebbero alla fine del mondo con una indescrivibile sassaiola o lapidazione universale.

Per non parlare poi dei granelli di sabbia, dei massi erratici, dei cocci di vetro dei bulloni arrugginiti e, a salire di inanimato rango,su su fino al confine con la scaturigine della vita, i rottami elettronici digitali e i fossili, fino alle mummie egizie o altoatesine e similauniche.
Però, a pensarci un attimo, non fu un sasso a conficcarsi in fronte al gigante Golia?.

Aiutato dalla mano di Davide, certamente, poi diventato re. Davide, non il sasso. Per quanto ne sappia nessuno lo ha conservato quel sasso. Mancanza di fede collettiva nel futuro del proprio popolo, semplice ma scellerata disattenzione, timore di cadere nell’idolatria o prossima stupefacente scoperta storico-archeologica?
Se la storia di Davide e Golia non è solo una leggenda, allora quel sasso, è stato coprotagonista di un evento che ha cambiato la storia umana.

Un altro sasso famoso, ma mai ritrovato, una sorta di milite ignoto della paleontologia, è quello che potrebbe trovarsi in fondo al golfo del Messico e arrivato a cambiare la storia del pianeta Terra, ormai sessantacinque milioni d’anni fa.
Continuando di questo passo, potrei cominciare a convincere qualcuno che la materia bruta e inanimata, lo sia molto meno di quanto sembri. E quindi all’occorrenza imbastardirsi.O angelicarsi.

Ma, forti dell’esperienza con la materia vociante e pulsante, sembra difficile che un sasso perfido metta le ali, mentre abbiamo innumerevoli prove che una pietra, se non buona almeno innocente, alla fine cade sempre a terra.E a pensarci un attimo è meglio che sia così.

Tutta questa filosofia solo considerando dei semplici sassi, che dire di un edificio che di sassi ghiaie pietre, e litiche polveri e cementizie poltiglie ne è un complesso concertato e concentrato, da braccia e menti umane per giunta? Un mausoleo non è dissicuro un essere animato, anche se noi lo edifichiamo proprio per la nostra indimostrabile convinzione che possa albergare un’anima.

Non proseguirò nella mia esposizione teorica, anche perchè ci sto ancora lavorando e non vorrei fare brutte figure.

Mi ha colpito una foto dell’escavatrice che in quanto ferraglia schiava e inerte, se non animata dal macchinista, non dovrebbe essere considerata complice consapevole della demolizione della centrale del latte.

Ma ho notato che reca dei simboli, questi: CAT, smartboom, 3230, MAIA

Niente d’esoterico per qualunque impresario edile, e anche solo semplice operaio. Faccio notare  che in italiano cat significa gatto, animale sacro, ma per gli egizi e molti pensionati, e smartboom si può tradurre in “botto intelligente”.

Per quanto riguarda il numero 3230 non è neanche un numero primo, ma il prodotto di 2 per 5
per 17 per 19, sebbene 2 e 5 siano i numeri primi alla base della numerazione decimale, 2 sia l’unico numero primo pari, e 17 sia il settimo numero primo e fornito di interessanti proprietà geometriche e matematiche, il diciannove sia contemporaneamente l’ottavo primo gemello insieme a 17 e ottavo numero primo. Il nono è 23. Faccio notare che 2 e 3, se viene considerata come prima coppia di primi gemelli, è l’unica ad essere priva di un pari che li separi. Dei veri gemelli quindi.

MAIA, oltre che il nome di un popolo dal quale discende una cataclismatica profezia assolutamente imminente significa “Illusione”. Dal sanscrito se ricordo bene.

Che quell’ala o braccio che sia, stranamente destra, attaccato al busto diciamo così, di questo edificio, sia intriso tuttora di una oscura forza materica?

Che prima d’inabissarsi nella polvere indistinta della tragicomica storia umana, quell’edificio voglia lasciare un monito alla materia tutta, vivente, smorta e insonnolita oltre che vile e bruta, approfittando della fama della città che lo ha visto nascere e assassinare, città natale di un certo Gabriele D’annunzio, poeta controverso che ebbe l’imperdonabile sfrontatezza di voler vivere una vita inimitabile, e colmo degli eccessi ci riuscì pure?
Se fossi superstizioso sarei già corso in ricevitoria a giocarmi dei numeri.
Ma siccome sono solo superstizzito dal vedere tanta stupida iconoclastia dilagare nel mio martoriato Paese cerco di pensare ad altro.C ome scrivere versi come questi:

Il poeta deve rivoltare le pietre

ne usciranno le serpi

gli scorpioni le ombre

deve farsi additare dal volgo

subirne le ingiurie le invidie

accettarne da perdigiorno le offerte

deve attendere il giorno

quando troverà le monete

i monili le entrate segrete

del regno dove si placa la sete

di lui quella sera la gente

dirà che da cocci di vetro

ne sapeva trarre le gemme

lui dovrà fingere dicano il vero

all’alba sondare nel greto

dove loro cercavano l’oro

invano senza rendersi conto

quanto il fiume tintinnasse d’argento.

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Marco Sclarandis on agosto 6th 2010 in Uno scempio al giorno

La demolizione “inarrestabile” della Centrale del Latte, cronaca di un pomeriggio movimentato

Oggi pomeriggio ero nella sede del WWF con Alfredo Mantini e Chiara Rizzi; stiamo commentatando la notizia dell’Ordinanza trasmessa dai Beni culturali per la sospensione dei lavori nel contestato cantiere della ex Centrale del latte. Alfredo riceve la segnalazione di un socio che avvista la ripresa dei lavori di demolizione in via del Circuito. Con una certa fretta raggiungiamo l’automobile e il posto. Notiamo subito che la ruspa è in attività sollevando polveri e facendo un gran rumore. Passano altri dieci minuti per il parcheggio, sono circa le 17.45, quando riusciamo a salire a casa di un abitante della zona che ci apre le porte di casa per farci vedere l’orrore.

La ruspa, manovrata da un abilissimo operaio alternava colpi alle macerie e cercava di sventrare  i solai del piano inferiore. Era molto più difficle per il ruspista riuscire a distruggere la facciata, lavorando in condizione di totale precarietà per ciò che riguarda la sicurezza (tral’altro senza neppure il caschetto da cantiere). Dava dei piccoli colpi dal punto più alto del coronamento dell’edificio, cercando di “tagliuzzare” via pezzi di muratura, vista la notevole vicinanza con la strada, in quel momento trafficatissima. Chiamiamo tempestivamente i Carabinieri, poi parliamo con la Polizia Municipale, che in primo tempo sostiene di non saper nulla circa l’Ordinanza di sospensione dei lavori. Raggiungiamo telefonicamente alcuni amici di Italia Nostra che si mobilitano e fanno arrivare i vigili urbani i quali, nell’incredulità degli operai sul cantiere, spengono la ruspa.

Verso le 18.2o il cantiere viene bloccato. Seguono interminabili minuti di tensione tra gli uomini che si presentano come ”responsabili” del cantiere e noi. Ci accusano di essere delegati di Maurizio Acerbo, che cerca di acuire lo scontro politico per fini elettorali. Insieme con i Vigili urbani, era arrivato un assistente del fratello di Maurizio, l’avv. Salvatore Acerbo, e Domenico Valente, Presidente della sezione pescarese di Italia Nostra. Da parte del cantiere giunge l’arch. Mario D’Urbano, che contesto vivacemente.

Il suddetto architetto sostiene di essere stato l’unico a tentare la salvaguardia dello storico edificio, proponendo al proprietario una ristrutturazione effettuata senza demolizione. Mancando però vincoli specifici, tutti si sentirono liberi di agire. Alla mia reazione di protesta per questo discorso “pilatesco”, visto che D’Urbano ha capito da subito il valore architettonico della struttura che andava a demolire, lo accuso di tenere in piedi un perverso ”giuoco delle parti”. D’Urbano annuisce, sentendosi preso in contropiede, e risponde che non ci sarebbe stato nulla da fare se non fosse arrivato un “segno di Dio”. Rispondo: “In attesa del segno divino si accontenti del segno degli uomini, il vincolo storico-artistico”. Nel frattempo arrivano il proprietario dell’edificio, e poi ancora un suo avvocato, il quale contesta con forza la legittimità dell’intervento dei Vigili urbani, sostenendo che la notifica, eseguita sulla scorta dei documenti in possesso degli ambientalisti, non è valida. Ci vuole il documento originale da notificare al cantiere.

Nel frattempo i lavori possono riprendere, pena l’accusa di intralcio. Uno dei responsabili del cantiere confabula con il proprietario, dicendo che “bastano altri dieci minuti, perché abbiamo rotto in più parti…” intendendo che il lavoro “sporco” può dirsi quasi concluso.

Gli operai fanno rientro nel cantiere, probabilmente muovendo in modo improprio le macerie, al punto che un pezzo della parete laterale esterna crolla su una vettura parcheggiata poco prima nell’area della demolizione. Ci troviamo nel cono della “deflagrazione”.

Una massa di polvere si è sollevata all’istante e ha investito via del Circuito sorprendendo tutti i presenti per il forte boato. Gli animi, a quel punto, si sono scaldati terribilmente. Sia il proprietario dell’edificio, sia uno degli operai, con veemenza ancora maggiore, si sono scagliati verso Chiara, l’attivista del WWF, insultandola con colorite volgarità, e accusando tutti noi di aver bloccato il cantiere.

Verso le 19.00 sono arrivati i Vigili del fuoco, che hanno chiuso al traffico in via del Circuito. Scattate delle foto e verificata l’inagibilità della struttura, i Vigili non hanno potuto far altro che andar via trattandosi di un edificio che insiste su una proprietà privata e non su suolo pubblico.

I Vigili urbani, invece, dopo altri scontri verbali con il proprietario (tra l’altro il comandante dei Vigili afferma di aver ricevuto dell’Ordinanza già il giorno 30 luglio scorso), transennano parte di via del Circuito con un nastro da cantiere. Arriva il Presidente dell’Ordine degli Architetti, Gaspare Masciarelli, in scooter, e prende da una parte l’arch. D’Urbano. Arriva anche Paola Marchegiani, Consigliera dell’opposizione in Comune.

Valente ed io pensiamo che il Sindaco debba essere informato della vicenda, e tentiamo di raggiungerlo sul telefono cellulare. L’utenza telefonica in mio possesso è spenta. La telefonata di Valente va a buon fine. Il Sindaco lo rassicura, dicendo che, in Comune, nessuno sapeva dell’Ordinanza di sospensione dei lavori, e che si sarebbe interessato al caso.

Pochi minuti dopo, alle ore 20.18, l’avv. Albore Mascia mi contatta. Una volta presentatomi, al solo udire il nome del Comitato Abruzzese del Paesaggio, il Sindaco si spazientisce. Cerco di troncare la conversazione, visto che la segnalazione è stata già effettuata, Albore Mascia inizia ad accusarmi di averlo raggiunto su un’utenza telefonica privata, un numero di cellulare che non doveva essere in mio possesso. Gli faccio notare che volevo solo segnalargli una situazione urgente, da cittadino, ma il Sindaco pare non sentir ragioni. Allora lo invito a denunciarmi nel caso in cui abbia commesso un reato. Per tutta risposta l’avv. Albore Mascia mi fa notare che non vi è alcun reato nella mia condotta, solo mancanza di educazione. Dolendomi della mia “maleducazione”, tento ancora di troncare la telefonata. Il Sindaco inizia a inveire più forte contro di me dicendo: ” Ma lei dov’era sei anni fa?” intendendo probabilmente l’anno in cui si tennero le audizioni delle associazioni ambientaliste. Ho obiettato debolmente che in quegli anni ero da poco residente a Pescara, e non la conoscevo ancora. “Inoltre vivo perlopiù a Roma dove queste situazioni non accadono”. Il Sindaco allora pare preso da un furore isterico, e in un crescendo ripete: “Allora Pescara è una fogna! Pescara è una fogna! Lei sta dicendo che Pescara è una fogna!…” A quel punto accuso il Sindaco di tendenziosità, visto che la conversazione è ascoltata da più testimoni che si trovano vicino a me, compreso lo stesso Valente.

Senza più argomenti, il Sindaco continua il suo rosario di accuse: “Se lei dice certe cose, deve avere il coraggio di metterci la faccia! Venga qui in Comune!”. Per nulla turbato da questa proposta, chiedo al Sindaco di aspettarmi per parlare, magari anche con l’assessore Antonelli. Il Sindaco, appena un pò più calmo, preferisce allora eludere l’incontro, inviando sul cantiere l’assessore da solo.

Verso le 20.45 Antonelli giunge in via del Circuito e inizia a parlare con il proprietario della Centrale del Latte, che nel frattempo era in compagna dell’ing. Pasqualini. Antonelli commenta con noi la sospensione dei lavori sul cantiere, rassicurandoci. Lo stesso arch. D’Urbano pare ora quasi “collaborativo”, invitandoci a stilare un elenco di edifici non sottoposti a vincolo storico artistico “per salvare la storia e non soffocare il volano dell’economia”. Ma il restauro degli edifici storici porterebbe a Pescara giri economici ben maggiori… Ci lasciamo attendendo il soprintendente BAP, arch. Luca Maggi, che potrebbe visitare il cantiere mercoledì, alle ore 9.30, ma che forse già domani sarà sul posto.

-documento 1 sospensione Soprintendenza

-documento 2 sospensione Soprintendenza

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Da Gheddafi a Pasqualini, il degrado che avanza

E’ più unico che raro e non in senso positivo che un edificio della dignità architettonica come l’ex Centrale del Latte di Pescara di cui è fatta menzione diretta e indiretta in un numero considerevole di testi specialistici, sia abbattuto in poche ore senza nessun tipo di valutazione culturale o “politica”. Sappiamo bene che in alcuni regimi dittatoriali le decisioni in ambito artistico-storico sono spesso frutto di capricci o desideri del comandante di turno. Il pensiero corre a un altra opera di Florestano Di Fausto, l’Arco dei Fileni, porta simbolica che divideva le due regioni della Tripolitania dalla Cirenaica, barbaramente distrutto da Mu’ammar Gheddafi nel 1973, in un momento in cui, evidentemente, il dittatore libico voleva rimuovere i segni lasciati dallo stato italiano nel suo territorio. In Libia lo stesso architetto costruì un “Villaggio D’Annunzio” nel 1938.

Il caso di Pescara, che nel 2010 si definisce “Città Dannunziana”, lascia ancora più stupefatti: il permesso di costruire che comportava la demolizione dell’edificio di Florestano Di Fausto vagava da tempo negli uffici comunali, essendo oggetto di contenziosi per altri motivi presso il Tribunale amministrativo. Possibile che in tutto questo tempo nessuno si sia accorto del valore di questa architettura, datata 1932?

L’accusa che viene fatta alle Associazioni ambientaliste è davvero riprovevole; i volontari che tra l’altro avevano denunciato la situazione in tempo utile, prestano un’opera spontanea; pare invece che nella nostra Regione si debbano sostituire agli Enti amministrativi (Comune, Provincia, Regione), e a quelli preposti alla tutela (Soprintendenze). Guardando il cartello che indica i lavori nel cantiere di Via del Circuito 218, apposto frettolosamente solo nel pomeriggio del 26 luglio – giorno in cui lo stato dell’opera è stato verificato più volte dalla Polizia municipale – indica, come progettista, l’arch. Mario D’Urbano, mentre il calcolo statico e la responsabilità per la sicurezza sul cantiere sono dell’ Ing. Marco Pasqualini, dirigente in forze all’attuale Amministrazione. Pasqualini, quindi, ha avuto un ruolo di gestione di una pratica per la quale aveva svolto precedentemente una consulenza tecnica.

Dopo la conferenza stampa indetta da WWF, Italia Nostra e Comitato Abruzzese del Paesaggio, svoltasi questa mattina alle ore 11 di fronte all’edificio parzialmente demolito, non si avvertono più rumori. La distruzione pare essersi bloccata, il degrado urbano di Pescara, inarrestabile, avanza.

Arco dei Fileni, Florestano Di Fausto, Libia, inaugurato nel 1937

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Andrea Iezzi on luglio 28th 2010 in Patrimonio architettonico, Uno scempio al giorno

Centrale del Latte – Ancora un grazie!!

R.GIANNANTONIO, La costruzione del regime, Urbanistica, Architettura e Politica nell’Abruzzo del Fascismo, Lanciano, 2006

R.Giannantonio, La costruzione del regime, Urbanistica, Architettura e Politica nell’Abruzzo del Fascismo, Lanciano, 2006

Ancora un grazie a chi di “dovere” non si è mosso, la Centrale del Latte è stata in tutta fretta demolita alle ore 18.00 di oggi pomeriggio lunedì 26 Luglio. Come già detto opera di Florestano Di Fausto del ’32, valore architettonico e patrimonio storico della collettività, edificio di indubbia qualità architettonica ed estetica, nonchè testimonianza di una fase storica molto controversa e comunque particolamente proficua a Pescara. A questo punto bisogna però capire come si sia potuti arrivare a questo, e per farlo bisogna individuare le responsabilità, in primo luogo la Soprintendenza MiBac più volte sollecitata da Italia Nostra e da un corredo di associazioni che insieme a questa hanno agito. Addirittura lo stesso C.A.P. sta (stava) preparando la documentazione necessaria alla richiesta di tutela dell’edificio, un altro grande personaggio fantasma è l’Amministrazione Comunale, in questo periodo celebra lo stesso D’Annunzio e nel frattempo lascia demolire le emergenze architettoniche dell’ultima fase della sua vita.

Come ricorda la stessa WWF(!) in un comunicato mandato oggi alla Direzione Generale Beni Architettonici di Roma, al Comune di Pescara, al Prefetto di Pescara e per conoscenza all’associazionismo locale, figura di spicco dell’architettura italiana del ventennio, citata da molte fonti come Prof.Sean Anderson dell’American University of Sharjah - The Light and the Line: Florestano Di Fausto and the Politics of “Mediterraneità”.

Aggiornandoci alla serata, i lavori si sono fermati, la facciata è ancora in piedi, forse senza più i corpi scala interni.

C’è un appuntamento importante per domani 27 luglio alle ore 11.00, una conferenza stampa di fronte a quello che è rimasto della Centrale del Latte,  organizzata da Augusto De Sanctis, WWF, con la partecipazione di altre associazioni, enti, politici e professionisti impegnati contro l’abbattimento. C’è da denunciare l’accaduto e verificare se qualcosa è ancora salvabile.

Ricordiamo l’impegno di Italia Nostra che segnalò l’imminente demolizione alla Soprintendenza durante la prima settimana di giugno.

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Demolita San Rocco a Sambuceto

Stanno demolendo la Chiesa di San Rocco a Sambuceto!
Ancora una volta vince la speculazione ai danni dei cittadini, che hanno l’illusione di vedere un pezzo di Sambuceto riprogettata da un’archistar.

La Chiesa di San Rocco, pur molto ridimensionata, risaliva a un progetto del noto progettista della Pescara degli anni ’30 e ’40, l’architetto Paride Pozzi.

Per anni comitati di cittadini hanno lottato contro quest’incomprensibile gesto, fronteggiando un “referendum” popolare pilotato, che nascondeva una realtà diversa. Nel sito di San Rocco dovrebbe essere creata l’uscita di un sottopassaggio per automobili, che servirà a oltrepassare una linea ferroviaria ormai quasi dismessa.
Si perde la possibilità per i cittadini di avere uno spazio da adattare a funzioni pubbliche e sociali, con l’illusione della magnifica Chiesa a “tronco-croce”, fortemente voluta dal locale parroco, e progettata dall’architetto Ticinese Botta. Il quale, senza temere smentite, affermò in un’intervista di essere “venuto a portare un po’ di architettura in questa terra meridionale“!
Sulle aree adiacenti la Chiesa, il campetto sportivo e gli annessi, si stenderà il solito “manto” di palazzine, la saturazione politica più usata nella periferia pescarese.
Come già in altre infelici soluzioni progettuali del passato recente (Stazione Centrale di Pescara, Stazione di Pescara Portanuova), si lascia la Torre campanaria, come una foglia di fico, a parare lo scempio.

Andrea Iezzi

Come già annunciato da Sindaco e Parroco locale, della Chiesa di San Rocco di Sambuceto è rimasta soltanto una montagna di macerie affianco allo spaurito e timido campanile.

Lunghe le polemiche di contrarietà all’abbattimento di un edificio pubblico già cinquantenne, caratteristico e simbolico di un luogo senza identità, di valore o non di valore, ma sempre e comunque edificio appartenuto a varie generazioni di fedeli e frequentatori.

Una bolla speculativa crescente se guardiamo questo periodo nefasto per gli immobili storici, vedi le ruspe pronte su altri villini degli anni ’20 del quartiere adiacente alla Pineta Dannunziana  di Pescara, o sulla Centrale del Latte, misteriosi movimenti “erosivi” , cartelli di cantiere nascosti o inesistenti; fatto ancora più grave il totale disinteresse della cittadinanza, assorta da kermesse infestanti e videocrazia folgorante.

Alfredo Mantini

-Il Centro

-Abruzzo24ore

-Una Botta e via

-Mario Botta, conservare le chiese?


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Redazione on luglio 24th 2010 in Uno scempio al giorno

Queste chiese spariranno!

E’ notizia di giovedì 17 giugno (Il Centro) l’ennesima demolizione per pubblica sicurezza di una chiesa nell’area vestina, stavolta si tratta della Madonna della Brecciosa a Penne (Pe), un rudere abbandonato da trent’anni situato sul ciglio di una strada comunale, lontano dal centro storico.  Si ripete così il circuito di annullamento storico passato da Pianella con S. Salvatore.

C’è da aspettarsi un futuro e lungo elenco di chiese che non esisteranno più nei prossimi anni, la stessa testata ricorda l’abbandono di S. Pietro (inglobata in un enorme cantiere in cemento armato) S. Maria delle Grazie, la duecentesca chiesa di S. Agostino addirittura disponibile su internet per un milione di euro. La vendita degli immobili abbandonati a fondazioni , comuni per associazioni ecc. ecc., sarebbe l’unica speranza di mantenere la memoria storica e tentare un equilibrio qualitativo per il turismo? Oppure si dovrebbe stare attenti a spendere denaro per restaurare le vecchie chiese senza costruirne di nuove con condominio ecclesiastico annesso? E’ vero, il mattone frutta soldi facili, ma la qualità dello stesso dove andrà a finire?

Le foto della chiesa demolita sono visibili nel sito di ArcheoRivista in un articolo che parla della segnalazione di Italia Nostra effettuata per l’accaduto, nella galleria fotografica vediamo le chiese di Penne a rischio demolizione, una in particolare abbandonata e con uno scavo profondo, effettuato di recente lungo il fianco destro, che la sbilancia verso il lato opposto alla strada.


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Uno scempio al giorno #9

Le forme delle città e similari

Ripa Teatina, cantiere limitrofo alla Torre Bucciarelli

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punteruolo rosso o vandalismo partitico?!

Quando me l’hanno detto non volevo crederci ma quando l’ho visto con i miei occhi non riuscivo a crederci!!

E’ vero hanno tagliato via le storiche palme di Piazza Salotto in pieno centro a Pescara.

Dichiarazione ufficiale: le piante erano affette da punteruolo rosso, insetto parassita ormai sulla bocca di tutti, (peccato troppo tardi per salvare le centinaia di palme della costa pescarese!).

Dunque, cerchiamo di fare chiarezza, sabato 29 il Comune ha deciso di rimuovere le altissime e storiche palme perchè affette da questo parassita che ne avrebbe compromesso la stabilità e quindi la pubblica sicurezza. La situazione di per se, non rappresenterebbe una stranezza se non fosse per il fatto che tutta la riviera cittadina (e ci tengo a sottolineare solo la riviera pescarese e non dei comuni appena limitrofi) durante l’inverno ha patito la morte e l’ammalarsi delle centinaia di palme che costituiscono il primo, ed a mio parere, invidabile biglietto da visita della riviera, la sua tipicità insieme ai larghi marciapiedi (ed al caotico traffico estivo)!

L’aggressivo insetto (una sorta di coleottero rosso appunto) ha infestato tutte la costa adriatica, una colonizzazione annunciata dalle autorità ambientali e recepita per tempo pressocchè da tutte le amministrazioni rivierasche che dalla Puglia alla Romagna hanno provveduto per tempo a proteggere il proprio patrimonio arboreo con semplici interventi di disinfestazione e prevenzione.

La città di Pescara deve aver pensato bene di essere immune da questa sorta di attacco terroristico a scala biologica, o al contrario, di non aver tempo per queste mediocri questioni da ambientalisti, perdendo così quasi la metà (e non sto esagerando…basta fare un giro in riviera per rendersi conto della situazione!) delle sue preziose palme.

Questo l’anno zero del problema. Va però aggiunto, che in seguito l’amministrazione a danno avvenuto si è mossa per porre rimedio, amputando le palme salvabili, ridotte così ad una serie di monconi fallici (…sembrano una serie di sculture d’arte contemporanea!) e rimuovendo le poche ormai morte. L’amputazione della sommità delle palme e la somministrazione di un trattamento ha permesso però la loro ricrescita e quindi di salvare il salvabile. Va ora detto che le due palme in questione non davano (al sottoscritto almeno) l’idea di essere particolarmente afflitte, ne di soffrire troppo di problemi statici, anche perchè le altre due palme situate a soli 2 passi sull’altro lato della piazza godono di perfetta salute, sta di fatto che le prime sono ora solo un ricordo.

Fin qui forse troppo clamore per nulla, ma io che sono proprio un impenitente “dietrologo” ci vedo altro…sarà forse che l’attuale amministrazione non ha mai visto di buon viso la delocalizzazione delle magnolie che adornavano la piazza prima del suo restyling qualche anno fa ad opera della inquisita passata giunta, o sarà che non ha mai gradito l’intero progetto, su per giù ispirato alla prima visione di Piccinato, partendo dalla pavimentazione sino alle opere che l’adornano (una su tutte la fallimentare scultura “Huge wine Glass di Toyo Ito), ma sta di fatto che il sindaco ha dichiarato di voler sostituire le palme con due magnolie!

La notizia di dritto o di rovescio ha fatto un pò il giro di tutta la stampa locale, e le interviste al sindaco e ai cittadini si sono sprecate, così il ruspante quanto verace cittadino medio ha dato risposte degne del più alto esponente della diplomazia internazionale! Le opinioni vanno dal malinconico dispiacere per la perdita del luogo di ritrovo di una canuta gioventù ormai in pensione, alla rassicurante soddisfazione per la messa in sicurezza della piazza voce di una madre con tanto di passeggino (come se questo parere valesse doppio), passando per il disinteresse più totale del giovane punk a bestia, fino alla cieca accondiscendenza del sostenitore politico! Insomma non uno che abbia espresso la proprio rabbia, la propria INCAZZATURA, per quella che è senz’altro una decisione che quantomeno andava accompagnata da un minimo di condivisione popolare…voglio dire non sarebbero certo cadute in testa a qualcuno se si fosse “perso” qualche giorno per informare la piazza e rendere la scelta più digeribile, più condivisa; o che so, si sarebbe almeno potuto far precedere l’abbattimento da una becera ed ipocrita campagna mediatica se non altro per apparire di tendenza!!!

Beh, qualcuno in realtà il proprio dissenso l’ha anche espresso (come vedete in foto…) ma è durato poco, i soliti ignoti liberali hanno provveduto a far sparire ogni traccia del cartello!

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davide on giugno 2nd 2010 in Ambiente, Uno scempio al giorno

Torre medievale… (S)VENDESI


In agro del Comune di Rapino, proprio ai piedi della Majella, in un’area tra le più ricche di testimonianze storiche ed archeologiche dell’intero massiccio montuoso, si erge ancora a dispetto dei secoli e delle manomissioni subite, l’ultima testimonianza di un abitato fortificato medievale che gli abati dello scomparso monastero di S. Salvatore a Majella avevano voluto a difesa dell’imbocco della valle che conduceva all’abbazia: la Torre del Colle. Purtroppo l’area, nonostante l’accertata rilevanza storico-culturale (basti ricordare che sul versante opposto del fosso, proprio di fronte alla torre, si apre la “Grotta del Colle”, sito archeologico di grande rilevanza, che ha conservato le tracce della presenza ininterrotta dell’uomo dal Paleolitico ai nostri giorni) non è mai stata sufficientemente tutelata: una vasta necropoli italica ed alcune ville romane erano state infatti quasi interamente devastate negli anni ’80 dall’attività estrattiva di materiale inerte, mentre poco più a monte, le importanti tracce dell’abitato fortificato marrucino conosciuto come “Civita Danzica”, costituite da tratti di mura poligonali a secco e fondi di capanna scavati nella roccia, sono oggi ricoperte da una riforestazione selvaggia e incontrollata. Per non parlare poi dell’area ove un tempo sorgeva il monastero di S. Salvatore a Majella, capolavoro dell’arte romanica abruzzese: negli anni ’70 è stata sventrata in pieno dal passaggio di una strada ed i pochi ruderi superstiti sono oggi sepolti e dimenticati. Ultimo sito a sparire in ordine di tempo è la “Grotta degli Orsi volanti”, individuata agli inizi degli anni ’90 sul fronte della maggiore delle cave della zona, custode di testimonianze legate alla presenza dell’Uomo di Neanderthal e della fauna dell’era glaciale, che è completamente franata a valle.

La Torre del Colle è quanto resta di un castello medievale edificato proprio per volere degli abati del celebre e potente monastero di San Salvatore a Majella, di cui seguì le vicissitudini fino allo spopolamento ed al completo abbandono, avvenuto alla fine del ‘400: attualmente è l’unica testimonianza superstite delle fortificazioni medievali pedemontane della Majella nel territorio della provincia di Chieti. Nei documenti riguardanti il cenobio benedettino, conservati nell’archivio capitolare di San Pietro a Roma, il Castello del Colle (Castro Collis Magielle) compare per la prima volta nel 1220: è pertanto plausibile far risalire l’epoca della sua edificazione al primo ventennio del XIII secolo. Durante il XV secolo, quando l’abbazia di San Salvatore a Majella perdette gran parte dei suoi poteri e dei possedimenti, il castello del Colle prese pian piano a spopolarsi, fino al completo abbandono da parte della popolazione, trasferitasi a Rapino e nelle contrade circostanti. Oggi, tra il folto della vegetazione, la torre emerge a fatica reggendosi ancora miracolosamente in piedi, nonostante sia mancante di un intero spigolo. Il rischio di crollo definitivo dei ruderi è altissimo, proprio per le attuali condizioni di precaria stabilità. L’abbazia e alcuni suoi possedimenti, tra cui la torre e l’area circostante, vennero definitivamente incorporate alla Basilica Vaticana da papa Giulio III nel 1552 e successivamente assegnate al vescovo di Chieti, rimasto titolare della proprietà fino ai nostri giorni.

Più volte in passato abbiamo sottolineato l’importanza del monumento su pubblicazioni e riviste; ne abbiamo inoltre segnalato lo stato di degrado all’Istituto Italiano dei Castelli, il quale con lettera del 20 gennaio 2003 sollecitava l’allora ministro Urbani e le Soprintendenze, oltre agli Enti territoriali (Regione, Provincia, Comune e Genio Civile), a prendere i dovuti provvedimenti affinché si intervenisse con urgenza per salvaguardare il monumento. Nulla però è stato fatto.

Ma veniamo agli avvenimenti recenti. Nell’estate del 2008 ci era giunta notizia di un cittadino di Rapino che, in pubblico, si era più volte vantato di essere riuscito ad “acquistare” la Torre del Colle. Svolgemmo alcune brevi indagini in Catasto e verificammo che la vendita era effettivamente avvenuta il giorno 19 marzo 2008 presso un noto studio notarile teatino (atto repert. 54725, trascritto alla Conservatoria dei Registri Immobiliari di Chieti al n. 5852.1/2008). Ci recammo pertanto presso il notaio per chiedere una copia dell’atto ma, nonostante i rogiti notarili siano pubblici, quindi a disposizione di tutti coloro che vogliano prenderne visione o chiederne copia pagando i relativi diritti, ci fu risposto dalla segreteria che occorreva una richiesta scritta, supportata da opportune e valide motivazioni; non insistemmo più di tanto perché, fortunatamente, tutti i rogiti notarili, in quanto pubblici, sono consultabili presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari: la lettura dell’atto ci lasciò sgomenti. La vendita era effettivamente avvenuta, ma nella descrizione non vi era alcun riferimento (né poteva esserci!) alla circostanza che l’oggetto della compravendita fosse in realtà una torre medievale, cioè un monumento che dovrebbe appartenere a tutta la collettività; una persona delegata dal Seminario Arcivescovile di Chieti, ente proprietario ed intestatario catastale del bene, aveva ceduto un semplice fabbricato rurale di 37 mq. (questa era la destinazione catastale del manufatto) al Foglio di Mappa 18 del Comune di Rapino, particella 16, in pessime condizioni e allo stato di rudere, in loc. Torre del Colle (senza nessuna ulteriore indicazione che si trattava proprio della Torre del Colle…) per un prezzo irrisorio, pagato con assegno bancario! I dati catastali e gli estremi della compravendita possono essere consultati da chiunque, gratuitamente, presso qualunque sportello catastale.

Detto ciò, è inevitabile chiedersi come mai in questo Paese, nel XXI secolo, risulti ancora possibile effettuare certe operazioni; ci si chiede come si possa liberamente vendere, e ovviamente acquistare, una torre del ‘200, monumento del nostro passato che meriterebbe ben altre attenzioni, come se si trattasse di un semplice fienile, raggirando lo Stato, gli Enti preposti alla tutela e l’intera comunità civile, oltre che il fisco (perché, detto francamente, il valore di un manufatto del XIII sec., sebbene alle condizioni di rudere, non può essere quello dichiarato nell’atto…).

Non entriamo nel merito delle leggi sulla tutela del patrimonio culturale italiano e sulle responsabilità di quanto accaduto, ci limitiamo semplicemente ad evidenziare che: 1) il monumento non è mai stato vincolato dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici ed Artistici di L’Aquila (mentre avrebbe dovuto esserlo da quando le Soprintendenze sono state istituite); 2) il rogito notarile dovrebbe essere annullato, perché sono palesi le dichiarazioni non veritiere in merito alla descrizione del bene oggetto di compravendita; 3) la perizia tecnica sull’immobile, che l’Ente cedente avrebbe dovuto necessariamente far redigere ai fini della sua stima, avrebbe dovuto come minimo basarsi su un sopralluogo di verifica e tener conto dell’effettiva destinazione dell’edificio, anziché affidarsi alla mera descrizione catastale risalente agli anni ’30, che classificava come “fabbricati rurali” tutti quegli edifici che non potevano considerarsi “urbani”; 4) la legge, infine, dovrebbe consentire, in qualunque momento e senza alcuna limitazione di tempo, allo Stato o ad altri Enti territoriali, di esercitare il diritto di prelazione su tutti gli immobili storici compravenduti che possono essere considerati di “pubblico interesse”.

Sull’accaduto fu interpellato l’allora Sindaco del Comune di Rapino, il quale ci assicurò di essere già in contatto con la Direzione Regionale dei Beni Culturali e con la Soprintendenza BAAAS aquilana, con le quali erano state avviate le procedure necessarie per la reintegra del bene al patrimonio collettivo, ma da allora è passato più di un anno e null’altro si è saputo. Ne’ tanto meno sono state adottate contromisure da parte dell’Ente Parco Nazionale della Majella, nel cui perimetro il manufatto ricade; del resto, nei confronti dell’ingente patrimonio culturale, ricordato in premessa e che l’Ente Parco è chiamato a difendere, vi è stato fino ad oggi un disinteresse totale.

Non proviamo nemmeno ad immaginare quale potrà essere l’uso che l’acquirente farà del monumento (per ora si è limitato ad ostruire il transito sulla strada che conduce alla Torre e non avrebbe neanche potuto farlo, perché ha acquistato solo l’area delimitata dalle mura perimetrali dell’edificio, mentre il terreno circostante è ancora di proprietà della Curia), ma in mancanza di idoneo vincolo di tutela e del riconoscimento dello status di “Bene Culturale” di cui all’art. 13 del D.P.R. 233/2007, potrà farne ciò che vuole: trasformarlo nella locanda “Torre del Colle” oppure in “ostello medievale della gioventù”, agriturismo “dell’abate” oppure bed & breakfast “Il Templare”, o addirittura demolirlo integralmente, senza che nessuno, compreso la Commissione Comunale per l’Edilizia, possa opporsi, visto che non esiste vincolo. Non è nemmeno escluso che l’acquirente, animato da altissimi e nobilissimi intenti filantropici, restauri a proprie spese la torre e poi la restituisca, con gesto di profonda magnanimità, alla comunità civile: noi non ci crediamo, ma se anche fosse così, non sarebbe comunque la procedura più corretta da seguire.

Lucio Taraborrelli

Presidente dell’Archeoclub di Guardiagrele (CH)

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Uno scempio al giorno #8

Chiesa di San Giuseppe a Loreto Aprutino (Pe)


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Altra vittima abruzzese degli anni Sessanta è stata la chiesa Barocca di San Giuseppe, bombardata parzialmente durante la seconda guerra mondiale, demolita venti anni dopo per tutelare la pubblica incolumità, il risultato è una parete di un vuoto adibito a parcheggio del centro storico di Loreto Aprutino.

Quella che rimane è una delle fiancate interne della chiesa, decorazioni e paraste sono coperte nella parte bassa da spazi verniciati per le campagne elettorali;  il frammento sul lato destro ci lascia intendere una pianta rettangolare ad angoli smussati, coperta da una volta a botte in canne e suddivisa longitudinalmente in cinque settori suddivisi da paraste, i quali tre centrali di ogni campata consistenti in tre nicchie poco profonde.

Una cittadina sempre più di “proprietà anglosassone” (lati positivi e lati negativi di questa evoluzione si annullano tra loro) considerata una piccola capitale dell’enogastronomia e in particolare dell’olio, che pur possedendo un centro storico così apprezzato ha innato il germe cinquantennale dell’alienazione. Anche qui ci sono i sottotetti, le pavimentazioni strambe e gli spazi del vuoto.

per approfondimenti:

M. EVANGELISTA, Un piccolo tesoro nel cuore del borgo antico. Chiesa di San Giuseppe a Loreto Aprutino (Pe), in “CulturAbruzzo”, n. 7, a. II, ottobre-dicembre 2006, p. 57

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